L’opaca trasparenza di UniTo

Non ci sono più le mezze stagioni

 È iniziata in queste settimane un lunga stagione di elezioni a UniTo. Prima i direttori dei Dipartimenti, poi i senatori e i membri delle Commissioni (compresa quella di selezione per il futuro CdA) mentre dopo l’estate si aprirà la campagna per il nuovo Rettore. Pensiamo che sia il momento, quindi, di fare qualche riflessione sulla politica e sulle scelte che in questi anni sono state fatte in Ateneo, in buona parte opposte agli impegni e alle promesse via via snocciolate, e rivolte soprattutto all’obiettivo di acquistare facile consenso.

Il sentimento più diffuso e registrato in Ateneo nelle varie componenti, indipendentemente dai singoli interessi e benefici, è la delusione per un’amministrazione che si è guardata bene dal  rispettare e sostenere i dieci punti che, come Coordinamento, avevamo chiesto di seguire e che, nei dibattiti elettorali, al contrario, tutti i candidati avevano entusiasticamente sposato, sebbene con declinazioni e sfumature diverse.

Nessuno di noi è ingenuo, sappiamo bene che chi governa deve misurarsi con spinte di diversa e complessa natura, e cercare di trovare un punto di equilibrio e compromesso possibile. Tuttavia, riteniamo che ci siano determinati punti di riferimento etici e di principio che dovrebbero sempre rappresentare una bussola e costituire un elemento collettivo di riconoscimento. Purtroppo chi ci ha governato in questi 6 anni ha dimostrato di non pensarla precisamente allo stesso modo. Forse vale la pena tenerlo a mente nel prossimo futuro. 

È per questo motivo che con il pezzo di oggi inauguriamo una serie di interventi che, partendo da vicende discutibili, che mai mancano nel presente di UniTo, cercano di fare il punto su ciò che è accaduto in questi anni.

L’opaca trasparenza di UniTo

Forse saremo a digiuno di studi giuridici ma non ci sembra così difficile interpretare lo Statuto di UniTo dove sta scritto, nero su bianco, che il Rettore, prima di nominare il Direttore Generale, deve “sentire il parere del Senato”. In altre parole, il Senato deve deliberare votando o esprimendo in modo del tutto esplicito la propria volontà. Il nostro Rettore, tuttavia, ha ritenuto sufficiente fare due chiacchiere in Senato per percepire un comune “sentire” e nominare Direttore Generale Loredana Segreto, che supererà i dieci anni di incarico senza aver mai dovuto confrontarsi in un bando pubblico.

Qualche Azzeccagarbugli sarà sicuramente pronto a spiegarci che, sì, si poteva fare… ma anche no… che l’interpretazione dello Statuto lascia uno spazio… che il Rettore ha un margine di libertà… e che poi le norme non sono chiare… Insomma, già sentiamo il rumore delle unghie sui vetri. E siccome vogliamo evitare lo sgradevole suono, forse vale la pena di riflettere sul significato più generale di questa vicenda. Perché questa vicenda è l’ulteriore dimostrazione che l’attuale amministrazione e chi la guida proprio non vuole “sentire” la parola trasparenza, quella stessa parola che prima, durante e dopo l’elezione del Rettore è stata la principale richiesta del nostro Coordinamento. La trasparenza non sostituisce né definisce un buon governo ma consente a tutti di vedere, giudicare e in qualche modo partecipare.

A dirla tutta, all’inizio di questo governo di UniTo, il Rettore aveva seguito una linea di trasparenza e condivisione delle decisioni. Poi, ve lo ricorderete, venne la questione del “premietto” e di una trasparentissima volontà espressa dai colleghi che i direttori respinsero arrogantemente al mittente, facendo capire al Rettore che quei giorni erano finiti e che la vecchia tradizione baronale e verticale delle decisioni doveva essere ristabilita. L’ordine doveva regnare a UniTo e così il Rettore si uniformò.

In questi anni, la sequenza delle decisioni prese nelle segrete stanze o attraverso dinamiche non del tutto chiare è sterminata e si potrebbe tranquillamente scrivere un lungo Libro Opaco del Governo di UniTo. Chi non ricorda il bizantino e assai discutibile procedere della Commissione di Selezione per il Cda, impegnata nell’equilibrismo verbalistico tutto rivolto a escludere Alessandro Barge? Oppure le smemoratezze di Enrico IV Maltese sull’organico, con punti che spariscono e riappaiono in grandi trucchi da prestigiatore? O ancora: i tripli salti carpiati per raccontare ai giornali quanto l’Ateneo sia in prima linea per combattere il lavoro precario (dai ricercatori ai bibliocoop), salvo poi continuare a perpetrare gli stessi vergognosi e disinteressati comportamenti nei confronti di molti lavoratori di UniTo? E per ultimo – ma la sequenza è infinita – che dire del rifiuto del Cda di istituire una commissione, come chiesto da Silvia Pasqua, per capire la questione dei crediti inesigibili, esempio lampante di mancanza di trasparenza?

Molto altro si potrebbe dire poi del comportamento dei direttori nei consigli di Dipartimento, luoghi a cui la legge aveva lasciato uno spazio di discussione e che è stato rapidamente chiuso e impedito, costruendo un meccanismo di organizzazione del tutto esterno e lasciando all’assemblea dipartimentale il solo compito di freddo e inutile certificatore di decisioni prese da altre parti. E che dire poi delle Commissioni del Senato che dovevano essere il luogo in cui tutte le componenti avrebbero dovuto confrontarsi e che i presidenti hanno cercato in ogni modo di bypassare o nelle quali si è voluto liquidare problemi complessi in pochi minuti? La presenza dei rappresentanti del Coordinamento ha rappresentato e continuerà a rappresentare un presidio per il loro controllo, ma certo con enorme fatica.

Ma l’indiscusso capolavoro di opacità di questo Rettorato è stato la creazione della Cabina di Regia, organo non previsto e strumento per concentrare le decisioni, aggirare qualsiasi discussione pubblica, distribuire favori e risorse senza controllo, e, perché no, creare e diffondere tra tutte le categorie (dagli aspiranti strutturati, agli aspiranti PA agli aspiranti PO, agli aspiranti TA) la speranza o il timore di essere tra coloro che saranno beneficiati o meno dalla generosità del sovrano (e dei suoi valvassori, valvassini et similia). Tutti ne parlano privatamente male, ne contestano la legittimità e denunciano il proprio fastidio di essere sempre bypassati da un organo che non si capisce bene da chi è composto, come e perché prende le sue decisioni, toglie autonomia agli altri organi. Poi, però, si preferisce lasciare che il Grande Timoniere proceda indisturbato.

In una delle poche discussioni che si sono svolte prima delle elezioni dei direttori di Dipartimento, uno dei candidati di Studium ha detto pubblicamente che la parola “politica” non gli piace e nel suo programma ha chiesto a chi volesse discontinuità con il passato di non votare per lui. Ecco, ci piacerebbe che ogni discussione che da oggi nei prossimi mesi attraverserà l’Ateneo fosse fondata su principi opposti: sulla volontà di andare oltre la difesa per principio dello status quo, su un atteggiamento (una politica!) di accoglienza intelligente e costruttiva nei confronti di tutte le sacrosante forme di dissenso. Il tutto, naturalmente, a partire da un impegno serio e da una pratica concreta della trasparenza.

 

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