Professori straordinari, sì ma solo nei privilegi

Aggiornamento del 14 marzo 2018: dopo la pubblicazione di questo post, ripreso anche da un articolo su La Stampa di Torino, nella riunione di ieri il Senato di UniTo ha preso atto che il regolamento, approvato dal Consiglio di Amministrazione, non si poteva approvare nella formulazione con cui era stato presentato. Le critiche del Coordinamento UniTo sono state ripetute in un clima di evidente imbarazzo mentre il Rettore dichiarava che dovremmo fidarci maggiormente di noi stessi. Come dire: siamo così pubblicamente virtuosi e corretti che è ovvio che sceglieremo sempre i migliori. Evidentemente nessuno gli ha creduto. Il regolamento perciò ritorna a questo punto nelle Commissioni del Senato dove i rappresentati di ricercatori, precari e studenti lavoreranno per modificarlo.

Parliamo del regolamento per chiamare professori straordinari, ovvero professori ordinari finanziati con fondi esterni di privati e fondazioni, assunti per 3 anni rinnovabili per altri 3, recentemente sottoposto dal Consiglio di Amministrazione UniTo all’approvazione nella prossima seduta del Senato Accademico, che si terrà questa settimana.

Nella prima versione, proposta dagli uffici, c’era un ragionevole sistema di verifica della qualificazione dei candidati e l’indicazione dei loro doveri accademici, ma il CdA ha fatto piazza pulita. Così, mentre i colleghi “non straordinari” vengono sottoposti a continui giudizi e valutazioni sulla loro attività scientifica e devono sobbarcarsi un gran numero di ore di didattica, ai professori straordinari nulla di tutto questo verrà richiesto.

Nel regolamento approvato dal CdA la montagna ha infatti partorito due topolini. Il primo riguarda i criteri di valutazione per la chiamata. Nel regolamento iniziale era indicata una serie di requisiti necessari:

-laurea magistrale, o titolo equipollente, nelle discipline attinenti al programma di ricerca. Dottorato di ricerca o titolo equivalente conseguito in Italia o all’estero, specializzazione medica ed altre specializzazioni post laurea sono considerate ai fini della valutazione delle competenze specifiche

– svolgimento di attività di ricerca o di attività imprenditoriale o professionale particolarmente significativa negli ambiti del programma di ricerca per un periodo sufficientemente lungo da garantire una adeguata competenza;

– organizzazione, direzione, coordinamento di gruppi di ricerca nazionali e/o internazionali;

– possesso di una rilevante produzione scientifica in riferimento al settore scientifico disciplinare;

Sembrano requisiti ragionevoli, eppure il CdA ha spazzato via gli ultimi tre punti: l’attività di ricerca, l’organizzazione di gruppi di ricerca e la produzione scientifica non saranno più necessarie. In questo modo il regolamento apre una porta, anzi un portone, per chiamare chiunque si voglia senza gli ostacoli posti da valutazioni e controlli.

E come se non bastasse, il secondo topolino: se nel regolamento originario era previsto che il professore straordinario a tempo determinato avesse gli stessi obblighi didattici del professore di ruolo di prima fascia secondo il corrispondente regime di impegno, nel nuovo regolamento ogni obbligo didattico è stato cancellato: ora, ai professori straordinari possono essere assegnati compiti didattici dal Dipartimento. Insomma: perché costringere il collega a fare lezione? Perché metterlo nell’antipatica situazione di dover condividere le sue straordinarie conoscenze con gli studenti? Perché chiedergli di fare il suo lavoro? Tra l’altro gli analoghi regolamenti di molti atenei (tra cui quelli che spesso vengono definiti i nostri competitors) prevedono l’obbligo di didattica, eccome!

Infine, per non farci mancare nulla, rispetto alla versione originale è sparito anche il divieto per i pensionati ad accedere a questo ruolo: non sia mai che qualcuno vada davvero in pensione a 70 anni! Teniamoceli: a pieno stipendio ma senza doveri, naturalmente.

In definitiva, di straordinario in questa vicenda c’è solo l’ipocrisia del CdA, che sbandiera al vento parole come “merito”, “elevata qualificazione”, “internazionalizzazione”, ma poi è sufficiente che ci siano vecchi “amici” da favorire per fare una rapida marcia indietro.

Sarebbe davvero un peccato che un’iniziativa pensata per far circolare conoscenze e a stabilire relazioni scientifiche si trasformasse in un’autostrada per conferire incarichi prestigiosi in atenei pubblici ad amici ammanicati. I senatori accademici (cui spetta l’approvazione finale) possono però rispedire questo regolamento al mittente: saranno tutti d’accordo ad accettare questo schiaffo del CdA all’etica o avranno un auspicabile sussulto di orgoglio?

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