La Ricerca ha toccato il fondo

La Commissione Ricerca del Senato ha respinto, nella seduta del 4 luglio scorso, alcuni punti delle Linee Guida che ripensavano le modalità di distribuzione del fondo di finanziamento locale (“ex 60%”). La proposta bocciata era il risultato di una lenta e faticosa mediazione, nata dalle esperienze passate, che cercava di ottenere due obiettivi essenziali: i) garantire a tutti i ricercatori la possibilità di accedere a una quota del fondo; ii) distribuire i fondi nel modo più efficace possibile per migliorare la qualità globale della ricerca dell’Ateneo. Nello specifico, si suggeriva di non distribuire il fondo per la ricerca locale a coloro i quali avessero ricevuto ingenti finanziamenti negli ultimi due anni (la definizione quantitativa di  “ingente” veniva lasciata ai singoli dipartimenti) e di assegnare la somma così risparmiata agli altri aventi diritto, in modo da favorire coloro che non hanno accesso a forme più congrue di finanziamento. Per questo era opportuno approvare le Linee Guida; per questo probabilmente gli interessi di tutti sono stati sacrificati, ancora una volta, per il vantaggio di pochi.

L’ex 60% è un finanziamento di base che deve servire a sostenere, anche se in misura molto ridotta (soprattutto per alcune aree), la ricerca di tutti i docenti. Non è un premio per i più bravi, non è la rappresentazione monetizzata delle eccellenze del nostro Ateneo. L’ex 60% è un piccolo, ahimé insufficiente, strumento affinché tutti coloro che svolgono attività di ricerca possano sostenerla finanziariamente, almeno in alcune esigenze di base.

Usare bene questo finanziamento significa essere coerenti con gli obiettivi dell’Ateneo in materia di qualità della ricerca: vuol dire cercare di aumentare la qualità complessiva (peraltro in accordo con le stesse richieste della VQR) anziché premiare ulteriormente gli “eccellenti” a scapito delle realtà (singoli o gruppi) più in difficoltà. Se un ricercatore non è sufficientemente produttivo, bisogna domandarsene la ragione, eliminare gli eventuali ostacoli che impediscono a lui o alla struttura in cui lavora di ottenere risultati migliori: la riduzione, o l’assenza, del finanziamento non costituisce alcun incentivo al miglioramento, anzi, mette ancora più in difficoltà chi già fa fatica. Togliergli i fondi è di fatto una forma di darwinismo sociale.

E poi domandiamoci: coloro che stanno già fruendo di ingenti finanziamenti (è ovvio, relativamente al tipo di ricerca svolta) ricevono qualche significativo vantaggio dai pochi soldi del fondo ex 60%? Perché non ridistribuire la loro quota a chi ha avuto meno fortuna o possibilità nel trovare finanziamenti? In una fase in cui le fonti pubbliche di finanziamento sono sistematicamente diminuite e all’università viene al contrario richiesto, in ogni suo settore, di essere competitiva sul “mercato della ricerca”, favorire pochi vuol dire non solo commettere un’ingiustizia ma essere inefficienti come istituzione nel suo complesso.

 

Alessandro Barge

Bruno Maida

 

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