E il dipartimento disse: puniamolo, vuole fare ricerca da solo!

Il mio dipartimento, Studi Storici, ha deciso che è vietato fare ricerca individualmente. Ha deciso che bisogna farla solo in gruppo e se qualcuno presenta un progetto individuale per i fondi locali ex 60 per cento non deve essere finanziato. Lo ha fatto in modo illegittimo (se volete capire perché dovete leggere fino in fondo) ma comunque lo ha fatto. Solo un docente ha pensato che fosse sbagliato e ha presentato domanda da solo, con il risultato di essere punito: quel docente sono io.

 

I temi e le linee di indagine che seguo da anni non trovano concordanze con altri colleghi e altre ricerche del mio dipartimento. Perciò da anni conduco le mie ricerche individualmente, Ma non per questo credo che la mia autonomia e libertà dovrebbero essere forzate in modo artificiale solo per rispondere a una regola definita senza tenere conto delle diverse articolazioni della ricerca. Che la ricerca in gruppo possa essere valorizzata, stimolata e magari premiata è una valutazione che posso condividere. Altra cosa è ostacolare e persino impedire la ricerca individuale, sapendo bene che i pur limitati fondi per la ricerca locale costituiscono l’unica fonte per svolgere missioni e acquistare il materiale necessario.

 

Un’alternativa molto italiana ci sarebbe: dovrei inventarmi un falso gruppo di ricerca o partecipare a un gruppo esistente, magari di quelli – e non sono pochi – che vengono creati solo per prendere qualche euro in più. Poi ognuno si fa la sua ricerca e non produce affatto qualcosa di comune. E d’altra parte, chi chiede conto, da un punto di vista scientifico, dei progetti presentati? Penso che sia una situazione specifica dei settori umanistici, o di alcuni di essi: resta il fatto che anche questo rifiuto dell’ipocrisia va messo a mio carico.

 

In ogni caso, mi pare che non sia una questione che riguardi solo me: investe infatti l’idea di ricerca che il nostro Ateneo vuole avere, in che modo intende o meno garantire la libertà dei ricercatori e soprattutto quale quadro culturale viene a definirsi. Un quadro culturale in contrasto con le caratteristiche stesse della storia degli studi umanistici e della libertà di ricerca e di insegnamento come caposaldo della civiltà degli studi. Ma visto il silenzio e l’alzata di spalle di fronte a questa situazione che ci sono stati, presumo che dipenda dal fatto che l’accreditamento e la VQR non prevedano una casella per discutere del profilo culturale di una comunità scientifica.

 

Ma va raccontata anche l’esemplare storia amministrativa che sta dietro a questo schiaffo all’idea di ricerca. La Commissione ricerca del mio dipartimento nel 2015 ha definito i criteri per la distribuzione dei fondi locali ex 60 per cento, che hanno previsto (come è stato da sempre) la distribuzione di fondi a singoli e a gruppi. Quest’anno ha deciso di mantenere gli stessi criteri e lo ha fatto mettere a verbale dal Consiglio di dipartimento. Il bando dei due anni è dunque identico. Eppure lo ha applicato illegittimamente in modo diverso. Ho protestato e non mi è stato neanche risposto. Allora mi sono rivolto alla Commissione ricerca di Ateneo e al Rettore: la prima mi ha fatto sapere che non è materia di sua competenza e che comunque tutto è stato fatto in modo regolare (dopo una lunga indagine di qualche minuto); il secondo non è pervenuto.

 

Un avvocato a cui mi sono rivolto si è messo a ridere di fronte al bando per la distribuzione dei fondi e mi ha detto che, se ho voglia di spendere dai 3 ai 5 mila euro, il Tar lo annullerebbe in un nanosecondo. Mi ha anche detto che bisognerebbe ricorrere di più contro la Pubblica amministrazione ma che sono proprio i costi che inibiscono il cittadino. L’alternativa sarebbe che fosse riconosciuto l’errore ma riuscite a immaginare – un’immaginazione che deve essere davvero potente – il Rettore o un senatore, magari direttore di dipartimento, che dice pubblicamente a un suo collega che ha sbagliato e che è tutto da rifare?

 

Bruno Maida

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