Figli di un dio minore

E’ noto che il nostro Ateneo sia orgoglioso della qualità della didattica che offre agli studenti. E’ altrettanto noto che, malgrado il buon numero di passaggi al ruolo di associato, i ricercatori sono ancora numerosi e senza il loro contributo alla didattica i corsi di laurea non sarebbero in grado di andare avanti. Eppure a UniTo i ricercatori sono trattati come figli di un dio minore.

Partiamo dalle cifre. Per l’anno accademico 2014-2015 il bilancio di Ateneo 2015 aveva previsto 1.750.000 euro per il pagamento della didattica svolta dai ricercatori: dividendo lo stanziamento di bilancio per le 59.863 ore di didattica erogata dagli RTI si ottiene una ‘spesa oraria’ di 31 euro ai quali devono essere tolti gli oneri a carico dell’Ateneo (contributi pensionistici ecc.). Nelle tasche di ogni singolo entrerà quindi un compenso lordo di 22,03 euro all’ora.

Anche per l’anno accademico 2015-2016 sono stati stanziati nel bilancio 2016 1.750.000 euro: ma in CdA, il prorettore, a fronte di un bilancio che supera i 700 milioni di euro ed è composto da innumerevoli voci, ha proposto di stornare proprio dai fondi destinati a pagare la didattica dei ricercatori una cifra per finanziare visiting professors (si parla di 250.000 euro) giustificandosi affermando che altrimenti i ricercatori (diminuiti di numero per i passaggi di carriera) verrebbero pagati troppo! Sull’opportunità o meno di tale storno, e più in generale su quanto pagare la didattica dei ricercatori, il CdA ha chiesto un parere al Senato, nonostante la competenza in materia sia totalmente in capo al CdA. La Commissione didattica, che dovrebbe istruire la pratica, non ne ha ancora discusso, e il suo presidente Veglio ha solo comunicato in Senato le cifre qui sopra riportate: ma la Commissione Bilancio del CdA ha invece dichiarato di considerare quella comunicazione (non votata da nessuno) come il parere del Senato al proposito, e sulla base di quel “parere” il CdA di martedì prossimo deciderà sul punto.

Diverse sono le ragioni per cui questa faccenda risulta quanto meno imbarazzante. Innanzitutto c’è da dire che per il secondo anno consecutivo i ricercatori ricevono meno del minimo previsto dalla legge per i bandi esterni (25 euro/ora). E va anche ricordato che la spesa per visiting professors è già prevista nella Convenzione con la Compagnia San Paolo, dove a tal fine sono stanziati 1,5 milioni in tre anni. Certo, da un punto di vista formale il CdA ha il potere di stornare una parte dei fondi, ma dato che 22 euro/ora sono una delle retribuzioni più basse di tutta la penisola appare ovvio come debbano essere utilizzati: si prende la cifra e si divide per le ore. Se poi il risultato questa volta fosse leggermente più alto dei 22 euro, servirebbe a compensare parzialmente le cifre sotto il minimo legale erogate negli anni scorsi.

Sarebbe un gesto di riconoscimento nei confronti delle centinaia di ricercatori che svolgono didattica nel nostro Ateneo e che sono retribuiti con cifre spesso di 6-7 volte inferiori rispetto ai visiting professors. Vale davvero così poco il loro lavoro? Non è quello che pensa la maggior parte degli Atenei italiani nei quali le cifre sono spesso nettamente superiori. Magari non si potrà raggiungere un accettabile grado di equità, ma almeno il rispetto e la dignità del lavoro dovrebbero essere garantiti.

Infine, è davvero estenuante che tutti gli anni ci sia lo stesso gioco delle tre carte. La soluzione, applicando i normali criteri di qualsiasi ambiente lavorativo, è semplice: si decide prima la cifra oraria (non inferiore ai 25 euro, come per i contratti esterni) con la quale verrà retribuita la didattica, si stima la somma totale necessaria e la si mette a bilancio. Poi si scrive nei bandi a quanto ammonterà il pagamento orario e, dopo il corso e consegnato il registro, si viene pagati.

Chiunque invece scelga una strada ambigua, che consenta spostamenti delle risorse sulla pelle di chi lavora, deve allora mettere in conto che i ricercatori potrebbero decidere di non rispondere ai bandi, perché a essere in gioco – per una categoria che fino a oggi ha sempre garantito il funzionamento della didattica, spesso dovendo rinunciare a quote rilevanti di ricerca – è prima di tutto la dignità.

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