Nessun precario della ricerca si è candidato: una sconfitta, ma di tutti

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di Javier González Díez e Silvia Inaudi

 

Il 25-29 marzo del 2011 si tennero in forma telematica le prime elezioni di una rappresentanza dei precari della ricerca all’Ateneo di Torino. Nonostante il breve preavviso con cui vennero convocate, più di 300 precari e precarie dell’Università votarono, scegliendo quattro fra sei candidati/e che, nei mesi successivi, parteciparono a un tavolo di lavoro con i vertici dell’Ateneo e con i sindacati. Fu da queste riunioni e dalla partecipazione di uno dei rappresentanti come uditore nella Commissione Statuto che nacque la figura dell’afferenza temporanea, si fece un primo censimento delle forme di precariato ad UniTO, si riuscì a negoziare vantaggiosamente i termini dei regolamenti assegni e RTD, e tante altre cose.

Appena quattro anni dopo, giugno 2015, un breve annuncio è apparso sulla pagina web dedicata alle imminenti elezioni in Ateneo: “L’elezione dei rappresentanti degli afferenti temporanei nelle commissioni istruttorie del Senato Accademico non avrà luogo non essendo pervenute candidature. Per tale motivo non viene pubblicato l’elenco dell’elettorato attivo per tale categoria”.

Poche righe certificano burocraticamente quella che sembra essere la conclusione di un percorso politico iniziato nel 2008 con la nascita dei vari coordinamenti dei precari dell’Ateneo, continuato con successo nel 2011 con le prime elezioni e poi nel 2012 con l’elezione di rappresentanti degli afferenti temporanei in tutte le Commissioni del Senato. Cosa sta in mezzo fra queste due date, 2011 e 2015, fra queste due elezioni, è la storia della progressiva scomparsa politica della categoria dei precari da UniTO.

Scomparsa politica, sia chiaro, non reale: benché decimati numericamente dai progressivi tagli alla ricerca, i precari esistono ancora, e continuano a svolgere un lavoro importante e scarsamente riconosciuto dentro l’Ateneo: sono loro che portano avanti con forza il fronte della ricerca, che coprono una rilevante parte dell’offerta didattica attraverso i contratti, che organizzano buona parte delle attività e scrivono i progetti, che grazie alla loro presenza tengono in piedi tutta la macchina degli esami (provate a immaginare cosa succederebbe se all’improvviso gli appelli venissero fatti solo dai docenti strutturati: il sistema collasserebbe in nove Dipartimenti su dieci).

I precari quindi esistono fisicamente, ma non contano più nulla a livello di Ateneo. Come mai? Come rappresentanti uscenti è nostro dovere chiedercelo. In particolare, noi ricopriamo questo ruolo fin dal 2011, per cui abbiamo vissuto e seguito in prima persona tutto questo processo. Certamente ci sono in primo luogo responsabilità interne alla categoria: mancanza progressiva di partecipazione politica, nostra difficoltà a far fronte al carico crescente di lavoro nelle Commissioni e nei gruppi di lavoro e contemporaneamente a gestirela comunicazione interna. Ci sembra giusto e onesto assumercele tutte, in quanto co-protagonisti del processo.

Tuttavia, sarebbe troppo facile dare la colpa solo alla mancata coscienza politica dei precari e all’inadeguatezza dei loro rappresentanti. E’ giusto dunque ricordare anche il contesto di ostilità e difficoltà crescente che ha circondato la figura dell’afferente temporaneo praticamente fin dalla sua istituzione. Essi non hanno avuto per nulla vita facile: fin da subito molti Dipartimenti si sono attivati per trovare criteri che, più che includere, sono serviti da sbarramento per escludere i precari. In questi anni abbiamo visto come questi stessi criteri siano stati usati persino per punire il dissenso interno, eliminando o minacciando componenti del coordinamento. Ma non solo: l’amministrazione di UniTO e quelle dei vari Dipartimenti si sono pure date da fare per svuotare al massimo la figura dell’afferente temporaneo, considerato come un “fratello minore” dell’assegnista di ricerca. Gli afferenti temporanei non assegnisti si sono così visti porre man mano ostacoli burocratici di ogni tipo, dal non avere diritto ai rimborsi, al non poter partecipare ai progetti o ai bandi interni, ecc. Le regole sono via via cambiate (si veda l’ultimo regolamento assegni) in modo da limitare al massimo i diritti e le potenzialità degli afferenti, per renderli più vulnerabili e in balia dei giochi di potere. Abbiamo assistito spesso a ricatti manichei, nei quali gli afferenti sono stati contrapposti ad arte a un altro gruppo a caso nella spartizione delle risorse: ciò è avvenuto sui punti organico, opponendo i precari ai ricercatori abilitati, e avviene ora sulle tasse studentesche, quando si dice che alzarle è indispensabile per poter reclutare di più.

Non si può quindi negare che il contesto che circonda gli afferenti temporanei sia di oggettiva difficoltà, e il risultato lo vediamo oggi in questa mancata partecipazione alle elezioni. I precari non si sentono più una categoria con un ruolo e dei diritti in Università, ma sono un gruppo eterogeneo, diviso, che ha perso la coscienza del proprio ruolo e funzione nel sistema accademico.

Detto questo, pensiamo che nessuno dovrebbe avere motivi per gioire della morte politica dei precari e della mancanza di loro rappresentanti negli organi di Ateneo. Anzi, pensiamo che il Rettore e il nuovo Senato dovrebbero avviare una profonda riflessione su quanto sta succedendo. E’ vero che in questi anni, assieme ai colleghi ricercatori e agli studenti, siamo spesso stati trattati come elementi di disturbo che con le loro voci critiche non facilitavano il lavoro alla dirigenza dell’Università. Tuttavia, come evidenziano anche le vicende politiche nazionali, la non partecipazione e l’astensionismo non sono solo un problema di chi li incarna, ma anche dei vertici istituzionali. La disaffezione di una parte della comunità scientifica verso le istituzioni che la governano crea un Ateneo meno forte e coeso. E mai come in questo momento della storia di UniTO (con le sfide dell’accreditamento, le difficoltà logistiche quali la chiusura di Palazzo Nuovo, l’inizio di un nuovo ciclo di progettazione europea) l’Università dovrebbe avere l’interesse a mantenere la comunità accademica unita e compatta. Ci aspetteremmo quindi che il Rettore si interrogasse e decidesse di capire cosa succede, provando a formulare delle proposte per venire incontro a una categoria che, ricordiamo, continua a giocare un ruolo importante nel funzionamento dell’Ateneo.

Ogni progetto politico ha il suo tempo e il suo ciclo, e sembra che quello di cui noi precari ci siamo sentiti protagonisti fin dal 2008 sia giunto al suo esaurimento. Da una parte, noi ci auguriamo che nei prossimi anni possano nascere dal basso forme di coscienza e progettualità che portino di nuovo i precari e le precarie della ricerca a giocare un ruolo politico in questa Università. Servono sicuramente nuove idee e linguaggi in grado di cogliere la complessità delle situazioni dei precari meglio di come abbiamo fatto noi in questi ultimi anni. Dall’altra, sarebbe comunque bello se anche il resto dell’Ateneo reagisse come una comunità di studio forte e solidale (come recita lo Statuto) e non si limitasse ad assistere in silenzio (o, peggio, con egoistica soddisfazione) alla progressiva disaffezione delle sue componenti verso i vertici.

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