L’elezione dei (mega)direttori dei Dipartimenti

La forma peggiore di censura, lo sappiamo, è quella che ci si auto-impone. Poi si può scendere ancora di un gradino, quando non pensiamo neanche più: non parliamo, non chiediamo, non protestiamo, accettiamo supinamente quello che accade, forse crediamo o ci convinciamo che sia naturale e normale così. E’ quello che sta accadendo nei nostri dipartimenti, nei quali non si discute mai, se non di aspetti tecnici, amministrativi, procedurali. Alziamo le mani distrattamente, senza neanche ascoltare il noioso elenco di impegni economici, di insegnamenti messi a contratto, di variazioni di bilancio, sapendo bene che nulla muta in questo deserto del pensiero.

Solo la persona in qualche modo interessata o coinvolta nella questione si alza, dice qualche parola mentre tutti leggono la mail o scrivono un post su Facebook (alcuni, non pochi, continuano a giocare ai mattoncini che cadono). Il vicino annuisce per amicizia, qualcuno fa persino una domanda, rafforzativa sia ben chiaro, non contestativa. Se invece qualcuno prova a discutere davvero – e spesso solo gli studenti hanno questo coraggio rivoluzionario – allora ti accorgi che alcuni guardano l’orologio, sbuffano insieme al collega (“Ma che cosa vogliono? Non è che i consigli possono durare due ore! Ho cose più importanti da fare!”) perché in fondo quello che sperano sempre è di sbrigare questa pratica il più velocemente possibile. Anzi così velocemente, che spesso arrivano, firmano e se ne vanno.

Le decisioni sono prese nelle giunte – che anziché preparare la discussione la esauriscono, in una perfetta continuità logica con l’odierna politica che tende a sovrapporre e a far coincidere esecutivo e legislativo – le quali adottano sempre più la decretazione d’urgenza, mentre direttori e vicedirettori si riuniscono, decidono (dopo aver sentito naturalmente gli altri ordinari) e si presentano in consiglio. Qui, allargano le braccia e informano la distratta platea che la fretta, la necessità, i diktat dell’Ateneo li hanno costretti a decidere senza sentire il consiglio. Perché loro sì, amano davvero la democrazia, Ci credono davvero, sia chiaro: hanno questa idea moderna e veloce della democrazia, in cui la decisione è il valore e il contenuto e a ancor più la prassi e la discussioni sono secondarie.

In questi giorni si raggiunge la sintesi più efficace di questa logica con l’elezione dei direttori dei dipartimenti. L’adozione della via nordcoreana al rinnovamento, ossia quella del candidato unico, impedisce qualsiasi discussione seria, anche se tutti fanno finta di avere programmi, idee, progetti. Sappiamo bene che i candidati alternativi c’erano ma si sono ritirati prima, per non disturbare, che poi magari qualcuno si offende o ancor peggio si perde. D’altra parte, è stato lo stesso Rettore ad esprimere ai direttori il desiderio di continuità… come non ottemperare? Anche noi, nei fatti, abbiamo il nostro Dipartimentellum, dove si eliminano quelle fastidiose, imbarazzanti e soprattutto vecchie procedure come il programma, la discussione delle candidature, il voto.

Eppure, per quanto tutto deciso, una possibilità rimane e non è quella (passiva) di non andare a votare , ma se proprio il candidato non ci piace, se non ha fatto quello che aveva promesso, se non ci sembra credibile possiamo dirlo e se non risponde in modo adeguato o convincente, possiamo sempre votare scheda bianca, dare un segnale non a lui o a lei, ma a un meccanismo che insulta la democrazia, rispettandola formalmente. Sarebbe un semplice ma significativo segnale di vita in un’Università che rassomiglia  sempre più  ad un’’Italia in sedicesimo”.

Coordinamento UniTo

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