Bilancio 2015 UniTo: atto primo, scena I

Di Alessandro Ferretti, Lia Pacelli, Marco Scavino, Silvestro Roatta

Puntuale come ogni dicembre arriva il momento dell’approvazione del bilancio preventivo. Sappiamo bene quanto sia difficile far tornare i conti in una situazione nella quale i tagli e le incertezze sono all’ordine del giorno, ma stavolta sembra che l’intento del bilancio preventivo sia piuttosto quello di spiegare una volta di più chi comanda e chi subisce le decisioni.

Innanzitutto, tempi e modi. Il documento non arriva in forma dettagliata e tantomeno sotto forma di variazioni rispetto al bilancio dell’anno precedente, per consentire un confronto. Ciò che giunge nell’inbox dei membri delle commissioni del Senato sono 27 slides, nelle quali si decide come spendere più di 300 milioni di euro. Questa scelta è perfettamente coerente con il fatto che queste slides vengano spedite venerdì sera, lasciando ai commissari un solo giorno lavorativo per studiarle: alla faccia del bilancio partecipato propagandato dal Magnifico! E’ più che evidente che lo scopo non sia quello di aprire una discussione partecipata, ma quello di chiuderla sul nascere.

Leggendo le slides appare anche chiaro che questo bilancio preventivo non è tanto un documento contabile, ma un documento politico. Basti notare il fatto che le spese sono divise in due tipologie: quelle “obbligatorie”, che vengono blindate, e quelle “facoltative” sulle quali si deve tagliare per fare quadrare i conti. Il livello di dettaglio delle spese obbligatorie è estremamente grossolano, al punto che al suo interno potrebbe starci qualunque cosa: ad esempio, le voci “servizi di vigilanza” e “abbonamenti a riviste online” raddoppiano rispetto al 2014 (da 5 a 10 milioni di euro), senza alcuna spiegazione. Tra le facoltative compare invece il pagamento della didattica dei ricercatori (che è un obbligo di legge) e tutti i fondi per la ricerca locale, che vengono così messi in competizione… il messaggio è ovviamente che se non avremo fondi di ricerca è colpa del pagamento della didattica dei ricercatori. Con il pretesto della fretta e dell’emergenza tagli va in scena un teatrino dove i protagonisti si garantiscono da soli e e alle comparse tocca mettere in scena la classica guerra tra poveri, per scegliere tra i diritti acquisiti dei ricercatori e le esigenze di funzionamento di base della ricerca.

Qualche domanda però sorge spontanea: se tutti questi problemi sono figli dei tagli, perché il Magnifico Rettore, invece di sottoporre in extremis un bilancio semiclandestino all’approvazione, non coglie l’occasione per informare compiutamente e per iscritto l’ateneo, coinvolgendo docenti e studenti per far sentire in modo inequivocabile le voci di protesta? Perché il Rettore, prima delle elezioni così fiero e battagliero in difesa del ruolo sociale dell’Università pubblica, oggi si accoda alla scia del presidente CRUI Paleari, la cui unica proposta concreta è quella di chiedere al MIUR l’autonomia necessaria a far pagare i tagli agli atenei a chi ci lavora e agli studenti?

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