Una tantum, ultimo atto

Abbiamo atteso la scadenza per la presentazione della domanda per l’Una Tantum prima di commentare ciò che è accaduto nel nostro Ateneo nelle ultime settimane. Se nei mesi scorsi il Coordinamento Unito ha combattuto una battaglia semplicemente per rendere meno ingiusta l’applicazione di una norma del tutto iniqua, che ha legittimato un’idea del tutto distorta del “merito”, nei giorni appena passati abbiamo assistito all’ultimo atto di una farsa burocratica che potrebbe persino far sorridere se non mettesse in piena luce come un’amministrazione pubblica – in una logica tristemente italiana – ha mostrato il suo totale disinteresse nei confronti dei cittadini, anzi dei suoi dipendenti.

Negli ultimi quindici giorni, abbiamo informato tutte, ma proprio tutte, le principali cariche di governo e dell’amministrazione della nostra Università che non solo si stava compiendo un atto a nostro modo di vedere illegittimo (chiedendo ai docenti di certificare dei dati che non potevano avere e ottenendo contemporaneamente dagli uffici il rifiuto a fornirli) ma soprattutto che i colleghi temevano di mettere nero su bianco qualcosa che poi gli si sarebbe potuto ritorcere contro, ossia di rendere una dichiarazione mendace (qui la lettera inviata dai rappresentanti dei ricercatori nelle Commissioni del Senato). Privatamente le massime cariche dell’Ateneo hanno detto che avevamo ragione ma pubblicamente nessuno ha speso una parola per tranquillizzare i colleghi o, al contrario, per correre ai ripari. Che avessimo torto o ragione, la logica è stata quella di sempre: “Ma sì, non preoccupatevi! Nessuno controllerà mai!”

E’ una vicenda che provoca amarezza, perché i professori e i ricercatori della nostra Università sono stati considerati come se fossero una controparte, fastidiosa e irritante. Giorgio Scagliotti, nell’ultima seduta della Commissione Organico, ha infatti detto che le nostre preoccupazioni non erano nient’altro che la reazione all’aver perso la battaglia sul regolamento e, alzando le spalle, ha dichiarato che se ci saranno dei ricorsi l’Ateneo provvederà come sempre ha fatto. Insomma, che i dipendenti stiano al loro posto, silenziosi e ubbidienti, e se pensano di alzare la testa qualcuno li metterà a posto.

E l’incubo kafkiano, che il cittadino italiano conosce bene, ancora una volta si è materializzato: a una domanda rivolta all’amministrazione non si è ottenuta risposta oppure si è stati inviati da un ufficio all’altro senza poter risolvere il proprio problema, che poi era un problema di tutti. Così è accaduto e c’è solo da augurarsi che qualcuno non abbia rinunciato a presentare domanda per timore delle eventuali conseguenze, perché come si usa dire alla beffa seguirà anche il danno. Sia chiaro: non è il singolo impiegato ad averne la responsabilità, ma i dirigenti e il governo dell’Ateneo ai quali evidentemente mancano due qualità fondamentali del lavoro che dovrebbero in teoria svolgere, ossia quello dello studioso: l’umiltà di chi sa imparare dai propri errori e la capacità di ascoltare. Ma forse è perché non è scritto da nessuna parte nei regolamenti dell’Anvur e della VQR.

Il Coordinamento Unito

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