Alcune riflessioni sui due regolamenti per l’incentivo una tantum

I due regolamenti partono da una impostazione di fondo profondamente diversa.

La Proposta A individua una serie criteri “meritocratici” (in realtà meramente quantitativi) e mira a creare graduatorie di ateneo (una per i PO, una per i PA e una per i RU) che dovrebbero distinguere tra candidati più o meno “meritevoli” (la parola “merito” è tra virgolette in mancanza di una definizione inequivoca e condivisa del suo significato).

La Proposta B, secondo le intenzioni dichiarate da Rettore nella seduta di giugno del Senato Accademico, ha invece un’impronta “restitutiva” e “redistributiva”: siccome gli scatti di anzianità erano un diritto acquisito e la loro eliminazione ha colpito maggiormente i colleghi con minore anzianità di servizio, l’idea di fondo è quella di avvantaggiare proprio coloro che sono stati maggiormente colpiti dal blocco. Il Regolamento definisce quindi una sorta di “soglia minima” di didattica (per i professori) e di ricerca al di sotto del quale non si può accedere all’incentivo, a cui seguono pochi criteri ispirati direttamente a quelli contenuti nel decreto legislativo che di fatto creeranno molti ex-aequo. Tra gli ex-aequo l’incentivo sarà dato ai colleghi con minore anzianità di servizio.

Il limite maggiore della Proposta A sta nel fissare criteri “meritocratici” a posteriori, che anche se rispecchiassero realmente il “merito” non avrebbero nessuna possibilità di innescare comportamenti virtuosi in quanto riferiti a periodi di lavoro che appartengono al passato: inoltre, l’estensione di tali criteri a tutto l’Ateneo, senza considerare le specificità dei settori disciplinari e le diverse condizioni dell’offerta didattica e della ricerca ingenera ovvie diseguaglianze. Una rapido esame della proposta A rivela quindi numerosi punti critici.

Riguardo ai destinatari dell’”incentivo”: nella proposta A esso verrà erogato al massimo al 50% degli aventi diritto, non tenendo conto del fatto che il decreto del 26 luglio 2013 consente, per gli aventi diritto nel 2012 e nel 2013, di allargare la platea dei destinatari al 60%.

Per quanto riguarda la didattica: non è prevista alcuna distinzione tra didattica retribuita e non retribuita, ingenerando il rischio che qualcuno venga premiato due volte a discapito di altri che non verrebbero premiati mai.

Il criterio secondo cui si premiano il numero di esami in insegnamenti di cui il professore è presidente di commissione è altrettanto critico. Innanzitutto reperire il dato numerico preciso non è affatto semplice e imporrebbe un pesante superlavoro sia ai docenti che al personale amministrativo: il dato verrà inserito in regime di autocertificazione e quindi a norma di legge sono previste verifiche a campione e sanzioni in caso di falsa dichiarazione.

Inoltre, il criterio non è equo: il presidente di commissione si prende il merito dei suoi colleghi che esaminano in qualità di semplici membri, mentre il lavoro di un professore che esamina senza essere presidente viene valutato zero. Anche per i ricercatori ci sono problemi: è molto diffuso il caso di ricercatori membri di più commissioni, ma che in alcune di esse non svolgono effettivamente gli esami. Il criterio quindi non è in grado di misurare efficacemente né la qualità, né la quantità di lavoro svolto e si traduce anzi in disuguaglianze più o meno casuali che nulla hanno a che vedere con il merito.

Riguardo alla didattica erogata dai ricercatori, sappiamo che il ricercatore non è tenuto a fare didattica: inoltre la didattica che accetta di svolgere non dipende dal merito del ricercatore ma dalle esigenze della facoltà o dipartimento. A questo riguardo ci sono grandi differenze: in alcune aree (come ad esempio Giurisprudenza) per i ricercatori avere un corso è un privilegio, in altre (tra cui alcuni scientifici) il carico didattico frontale medio è intorno alle 60-90 ore, mentre in altre aree carichi che superano le 120 ore sono la norma, a prescindere da qualsiasi considerazione di merito. Non si capisce inoltre perché la didattica integrativa debba valere quattro quinti di quella frontale, un parametro che appare del tutto arbitrario.

Riguardo ai criteri di ricerca: è noto che il numero di pubblicazioni di ciascun professore/ricercatore varia in modo notevolissimo da area ad area e anche all’interno delle stesse aree: fissare una soglie uguale tra aree diverse crea quindi un’ingiustizia che cresce all’aumentare del valore della soglia, finendo per penalizzare i candidati in base all’area di ricerca.

Altrettanto ingiusta è la previsione di penalizzare di 0.20 punti per articolo i candidati che presentano articoli presentati anche da altri colleghi del nostro Ateneo, mentre tale penalizzazione non sussiste se i co-firmatari sono di altri atenei: questa previsione si traduce in una penalizzazione delle aree che lavorano in gruppo (molte delle aree scientifiche, ad esempio), non ha nulla a che vedere con il merito ed è quindi una discriminazione facilmente suscettibile di impugnazione presso la magistratura amministrativa.

Riguardo ai punti assegnati per le cariche amministrative-gestionali, appare evidentemente iniquo premiare (con ben 2 punti) chi ha rivestito cariche che già prevedono indennità, in alcuni casi molto cospicue, per non parlare dell’evidente conflitto di interessi dei Senatori chiamati a votarsi un bonus che riguarda in prima persona molti di loro.

La Proposta B rispecchia maggiormente un’idea di equità in luogo della falsa meritocrazia della precedente proposta. Vengono considerati solo gli incarichi gestionali a titolo gratuito, così come la sola didattica non retribuita. Non viene considerata l’attività didattica frontale (o assistita) dei ricercatori. Non si tiene in considerazione il numero degli esami e non vengono penalizzate le pubblicazioni con coautori UniTo. Anche qui però sono presenti alcuni limiti, primo fra tutti la richiesta di un numero prodotti della ricerca indipendentemente dal settore disciplinare e dalle sue abitudini di pubblicazione. Questo aspetto rischia di penalizzare fortemente i colleghi di alcune discipline precludendoli dall’incentivo “una tantum”, anche se va riconosciuto che la soglia è più bassa (e quindi meno discriminatoria) rispetto alla proposta A.

In definitiva, la Proposta B, pur non essendo la proposta del Coordinamento UniTO, si avvicina senz’altro di più al razionale che ha ispirato la nostra proposta di quanto non faccia la proposta A e risulta avere meno aspetti critici sia dal punto di vista dell’equità che dal punto di vista giuridico.

Per quanto riguarda il futuro, sottolineiamo che nessuna delle due proposte ci sembra adatta per assegnare i futuri scatti stipendiali (se mai verranno sbloccati): sarà necessaria una vera e ampia discussione all’interno delle aree disciplinari finalizzata a definire dei criteri a priori non più unici, ma differenziati in modo da tenere conto delle specificità delle diverse situazioni.

La commissione Programmazione e Organico del Coordinamento UniTo

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