La calda estate di Palazzo Nuovo

di Bruno Maida

Non vi preoccupate: non è al clima politico che mi riferisco ma alle vere e proprie temperature che attendono per l’estate studenti e lavoratori nei rinnovati – si fa per dire – spazi di Palazzo Nuovo. Punto di partenza è che, frontiera avanzata nella ripresa dei consumi, il nostro Ateneo è riuscito forse a trovare una vera soluzione al problema della staticità dell’economia italiana. Come farla ripartire? Trovando un difficile quanto affascinante equilibrio tra risparmio e consumo energetico. L’investimento attuato su Palazzo Nuovo – denaro che forse sarebbe stato speso meglio per abbatterlo e ricostruirlo, anziché incaponirsi nel mantenere una struttura orribile, pericolosa (che fine ha fatto la questione dell’amianto?) e inadatta per le sue funzioni – è stato pensato per esempio per rendere minima la dispersione termica e garantire così un risparmio, rilevante sul piano ambientale ed economico.

Troppo facile, banale potremmo dire. La nostra università è andata oltre, e la Divisione Grande Opere, se si chiama così, deve aver pensato che si sarebbero ridotti in questo modo i consumi, un pessimo segnale nell’era ottimistica renziana. Dunque si è deciso di fare due cose. La prima è mantenere acceso il riscaldamento, malgrado la temperatura sia ormai primaverile, costringendo tutti ad aprire le finestre. La seconda però è davvero geniale. All’esterno di tutte le finestre sono state inserite delle veneziane che sono tenute abbassate e che non possono essere regolate dall’interno delle stanze. Il risultato è che si produce una perenne penombra che costringe a tenere accese le luci. Possono essere regolate solo centralmente e tutte insieme, così da fornire un quadro di uniformità alla già bellissima struttura architettonica a cui fanno da cornice. Ma soprattutto appare meravigliosa la giustificazione che avrebbero addotto gli ingegneri, e cioè è che così si risparmierebbe sull’aria condizionata, dato che tenendo giù le veneziane le stanze rimarrebbero al fresco. Intanto, mentre aspettiamo una smentita, sorge una domanda per l’amministrazione e il CdA: quanto contribuiamo così alla ripresa del nostro paese?

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