Sappiamo i nomi – Il regolamento per le chiamate e i concorsi in UniTo

“Io so i nomi”, scriveva Pier Paolo Pasolini nel 1974. “Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi”, aggiungeva. Anche noi sappiamo i nomi, ma abbiamo prove e indizi. Sono i nomi di coloro che hanno organizzato, pensato, approvato, silenziosamente accettato (per interesse o per debolezza) una distribuzione dei punti organico che è contro il buon senso e contro la valorizzazione dei singoli e delle strutture.  Sono i nomi dei senatori e dei consiglieri di amministrazione che lo hanno approvato, del presidente della Commissione Organico, dei direttori di Dipartimento, di tutti quegli ordinari che dopo una breve crisi di astinenza da potere nella gestione dei concorsi, possono finalmente ritornare a giocarsi sottobanco il futuro dei colleghi (che qualcuno di loro ha chiamato in pubblico “sottoposti”). Sono soddisfazioni, non c’è che dire.

Gli indizi e le prove sono tutti nel Regolamento per la disciplina delle chiamate che il presidente della Commissione Organico del Senato accademico, Scagliotti, ha presentato, ottenendo l’ampia maggioranza dei consensi nell’ultimo Senato accademico. Basta leggere quel Regolamento, con la sua violazione delle norme e del rispetto delle pari condizioni in un concorso pubblico per rendersene conto: a partire dal tentativo di far assumere tutte le decisioni (settore concorsuale, commissioni, criteri) a un Consiglio di dipartimento ristretto ai soli ordinari e associati, quando questo non è indicato da nessun regolamento ed anzi il Senato Accademico ha respinto i regolamenti dei dipartimenti che prevedevano esplicitamente tale pratica.
Va detto che il regolamento è molto complesso. Definisce:

  • i procedimenti concorsuali aperti a tutti (interni ed esterni),
  • i procedimenti di chiamata riservati agli interni, rivolti agli RTD di tipo B, ma anche agli attuali RTI e associati fino al 2016, che possono però essere usati solo nel limite della metà delle risorse disponibili: quindi ci saranno interni che ne rimarranno esclusi e dovranno passare per la procedura aperta a tutti.
  • i procedimenti di selezione dei nuovi ricercatori a tempo determinato.

La complessità è aumentata dal fatto che i criteri per accedere alla medesima posizione cambiano in modo rilevante se la procedura è quella “aperta a tutti” o se è quella riservata agli interni.

I punti critici sono numerosissimi, a partire dall’art. 3, lettera g), del Regolamento dove si scrive che, nella definizione delle procedure per le chiamate aperte a tutti, la deliberazione del Consiglio di Dipartimento deve contenere tra l’altro l’indicazione degli “standard qualitativi e gli ulteriori elementi di qualificazione didattica, scientifica e comprovata abilità clinica assistenziale ove richiesto”… ma la legge Gelmini afferma che un profilo può essere specificato “esclusivamente tramite indicazione di uno o più settori scientifico-disciplinari”.

Altro punto critico: si impongono alle commissioni delle forbici per i punteggi che devono essere attribuiti per le pubblicazioni e per le altre attività, che limitano l’autonomia e la sovranità delle commissioni. Queste forbici sono sostanzialmente arbitrarie, diverse per le chiamate ad associato e ordinario e inopinatamente diverse se la procedura è quella aperta a tutti o se è quella riservata agli interni: ad esempio, per i candidati che passeranno per le procedure riservate agli interni l’attività istituzionale può contare, per quelli che finiranno nel canale aperto a tutti aver lavorato duramente per anni per mantenere a galla le varie commissioni di CCS e dipartimenti sarà lo stigma del fesso. Quale sia il motivo di queste scelte e discriminazioni ovviamente non si sa: non c’è stato alcun dibattito serio e il presidente della Commissione organico si è ben guardato dal dirlo e i direttori di dipartimento erano troppo distratti per chiederlo.

Bisogna però dire che l’art. 9 è forse il più limpido esempio di ipocrisia baronale che vorrebbe le chiamate dirette – anzi personali – senza però dichiararlo (che poi, non si sa mai, magari tocca assumersene la responsabilità). E’ scritto: “Ai fini della valutazione dell’attività didattica sono considerati il volume e la continuità delle attività con particolare riferimento agli insegnamenti e ai moduli di cui si è assunta la responsabilità, nonché la congruenza delle attività con gli elementi di ulteriore qualificazione di cui all’art. 3 lett. g)”. Insomma, decido a priori che mi serve una determinata persona (qualcuno obietterà, nel linguaggio anch’esso ipocrita dei nostri corridoi: non si parla di persone, ma di profili!) e poi impongo alla commissione di valutarlo particolarmente bene. Quando però si organizzano le cose, bisogna farlo bene e i concetti chiave vanno ribaditi: così all’art. 10, dove si indicano i criteri di valutazione delle pubblicazioni e delle attività, si sottolinea la necessità di individuare la “congruenza di ciascuna pubblicazione con gli elementi di ulteriore qualificazione deliberati dal Dipartimento”: questi “elementi” potranno essere diversi da posizione a posizione, in modo da garantire il risultato anche per il più impresentabile. E, visto l’andazzo, è facile prevedere che questi elementi di “ulteriore qualificazione” potranno essere decisi in qualche commissione ristretta seguendo logiche non confessabili.
Anche i criteri per valutare le pubblicazioni scientifiche rigurgitano di mostri, una sorta di spazzatura anvuriana riciclata: si dovrà ad esempio tener conto della “rilevanza scientifica della collocazione editoriale”: un po’ come valutare un prodotto a partire dal packaging. Non solo: si obbligano le commissioni a giudicare sulla base di almeno un parametro puramente bibliometrico (vanno bene anche cocktail di indici inventati dai dipartimenti stessi!), introducendo fatalmente disuguaglianze in base alle consuetudini di pubblicazione dei vari sottosettori scientifici. Inoltre, si attribuiscono vantaggi a chi brevetta, favorendo quindi chi lavora in sottosettori applicativi rispetto a chi fa ricerca di base: di sicuro – sarà la risposta – ce lo chiederà l’Europa.

Altra novità ai limiti dell’incredibile: i candidati che intraprenderanno la procedura di valutazione riservata agli interni potranno ricevere punti in base ai questionari di soddisfazione dei loro studenti, “tenendo in considerazione le percentuali medie di risposte positive al quesito sulla soddisfazione complessiva“. Sappiamo che la “soddisfazione complessiva” include tutto: le aule, i laboratori, gli argomenti trattati, il carico didattico, le esercitazioni di laboratorio, tutti elementi che non dipendono dalla bravura del docente, ma che potranno ugualmente penalizzarlo o avvantaggiarlo. Un’aberrazione che prefigura, per il futuro, una guerra tra colleghi per vedersi assegnati i corsi meno sgraditi agli studenti, le aule più spaziose e luminose, gli esercitatori più brillanti e i laboratori meglio attrezzati.

Molto significativo è anche l’articolo secondo il quale si pone attenzione all’accenno sulla valorizzazione della “continuità” dell’attività didattica, penalizzando i ricercatori che hanno deciso – qualsiasi sia la ragione – di non svolgerla, come previsto dalla legge. Un diritto, insomma, diventa uno svantaggio.

In sintesi, siamo di fronte a un guazzabuglio di norme incoerenti precipitato dall’alto senza nessuna discussione chiara o condivisa, che per di più rischia di esporre l’ateneo a ricorsi legali di ogni tipo, rallentando a dismisura le prese di servizio.

Intanto, senza neanche aspettare l’approvazione del Regolamento, i direttori dei Dipartimenti stanno convocando riunioni di soli ordinari dove la spartizione può avere inizio, escludendo i ricercatori dalle discussioni con le scuse più varie. E’ evidente che certi discorsi è meglio farli in segreto, anche se si tratta dell’impiego di risorse pubbliche. Sono già partite le telefonate agli amici per infilarli nelle commissioni create ad hoc e qualcuno, con il sorriso soddisfatto ti guarda e ti dice: “Ma non si è fatto sempre così?”

Ci sembrava che l’Università di Torino avesse scelto il dialogo come metodo necessario per giungere a decisioni condivise.  Con l’imposizione di questo Regolamento si persevera invece con una prassi scorretta e antidemocratica che si fa beffa dei principi statutari e delle commissioni che sarebbero preposte alla discussione e definizione dei regolamenti e svilisce l’impegno dei rappresentanti eletti che con atteggiamento fattivo e propositivo in queste commissioni portano la voce di tutto l’ateneo. In questo senso auspichiamo maggiore attenzione da parte del Rettore date le promesse e premesse del suo mandato.

La Commissione Organico del Coordinamento UniTo

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