Il minimo del potere e il massimo della democrazia

Il minimo del potere e il massimo della democrazia. Quello che sembra uno slogan è semplicemente la sintesi di ciò che il Coordinamento Unito ha chiesto al rettore all’indomani della sua elezione, ossia di condividere i processi di definizione delle decisioni che il governo dell’Ateneo avrebbe preso, soprattutto sulle questioni che riguardano il futuro della comunità accademica. Condividere non significa approvare o rigettare una proposta o un’idea, non significa neanche pretendere forme di democrazia diretta ogni volta che si deve scegliere tra opzioni diverse: significa costruire un dialogo, confrontare le opinioni, aprire spazi di discussione vera e partecipata, confrontare i progetti ed entrare nel merito. Per giungere appunto alla scelta più condivisa è necessario però credere davvero che la democrazia non sia un orizzonte ma una pratica, non sia una graziosa promessa ma una scelta di tutti i giorni, per parafrasare Renan.

Pensavamo che la risposta di Ajani, al tempo affermativa, fosse non solo sincera ma soprattutto convinta. Non solo: c’era stata la dimostrazione che scelte condivise era possibile determinarle, come nel caso della tassazione studentesca. Ma forse tutto era andato bene perché il rettore non era ancora in carica. Oggi il quadro sembra cambiare rapidamente e gli assetti –  e forse ancor di più la mentalità e la ratio del potere accademico – appaiono quelli di sempre. Di fronte al piano straordinario e alle scelte proposte unicamente e in modo autoritario dal presidente della Commissione organico, Scagliotti, il rettore nel caso peggiore ne ha condiviso contenuto e modalità, in quello migliore ha rinverdito i fasti di un noto governatore della Giudea. Di fronte, poi, a un codice di comportamento contestato alla radice in molti atenei e da una parte consistente del nostro – e per il quale si è chiesto di aprire un tavolo che consentisse il massimo della trasparenza e della condivisione – finora ha risposto solo attraverso i giornali, e comunque ipotizzando un’alternativa di ripiego fumosa e inconcludente.

Cosa dobbiamo quindi aspettarci? Alcune grandi questioni, discusse e condivise (o abbiamo capito male?) nella campagna elettorale, rimangono aperte e impregiudicate. Come pensa Ajani di affrontarle? Con il metodo Scagliotti del fatto compiuto? Forse vale la pena ricordarne alcune:

a)      Il piano straordinario – e lo scivolone rettorale – non può né deve farci dimenticare che in discussione deve esserci il piano organico dell’Ateneo, pluriennale, e che deve fare i conti con uno Stato che, al di là dei poco credibili proclami dei diversi ministri dell’istruzione (sempre ex rettori, come se fosse una garanzia…), tende solo a tagliare risorse e a bloccare la ricerca, si dimentica dei precari e fa di tutto perché gli studenti abbandonino questo paese o rinuncino a frequentare l’università.

b)      L’irrazionalità nella distribuzione del personale è sotto gli occhi di tutti: al rafforzamento dei dipartimenti non è corrisposto affatto uno spostamento di personale dal centro alla periferia. E’ un processo complesso, che non si risolve con i proclami e tantomeno con logiche verticistiche o con chiusure corporative. Ciò che si deve fare è aprire una discussione che coinvolga tutto l’Ateneo e confronti proposte ed esigenze.

c)      Il diritto allo studio è espressione quasi magica per non trovarsi sommersi dai pomodori tirati dagli studenti, ma poi bisogna attivarsi, proporre soluzioni, esistere politicamente ed esporsi con un coraggio che è anche misura di ciò che si è sostenuto. La crisi della Regione non aiuta ma quali sono le proposte, i progetti, le azioni politiche per non trovarci fra sei mesi nella stessa situazione di adesso, salvo poi versare le tradizionali lacrime di coccodrillo?

d)     Lo statuto è da cambiare e in fretta, soprattutto su temi sensibili come il CdA elettivo, la composizione del Senato, il collegio di disciplina. Si potrebbe continuare e ovviamente avere idee diverse, ma è una discussione da aprire. Sappiamo bene che lo statuto è il risultato zoppicante di uno strappo politico all’interno della Commissione che lo definì ed è l’effetto di una pessima legge. Esiste nel nostro Ateneo il coraggio e l’autonomia per fare un passo avanti?

Sono alcuni dei punti essenziali di un’agenda lunghissima, che però hanno in comune un fatto: ciò che oggi è necessario non è rinviare i problemi a luoghi virtuali o generici nei quali discutere il futuro del mondo, ma tavoli veri e sedie vere sulle quali si possano sedere tutti gli attori (ovviamente in forma rappresentativa) del nostro Ateneo, per discutere nel merito e per progettare nella concretezza. Perché, d’altra parte, i risultati di un procedere verticale e unilaterale sono visibili: la spaccatura del CdA, che rischia di riprodursi continuamente, è stato un segno evidente, così come il malumore di parti tutt’altro che minoritarie dell’Ateneo che non vedono l’uscita dal tunnel del caos burocratico-amministrativo e didattico prodotto dalla legge e dalla sua applicazione, e che per di più si sentono messi in pericolo da norme che forse non saranno illegittime, ma certamente sono inaccettabili. Come inizio di governo si poteva fare di meglio, davvero.

Coordinamento UniTO

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