No al codice bavaglio: a rischio la libertà di espressione e associazione

Anche il nostro ateneo sta per approvare un nuovo Codice di comportamento. In realtà, nella versione presentata è un vero e proprio codice-censura che riguarda il personale TA, ricercatori, docenti come anche (in questo sono parificati!) i precari, i collaboratori e gli esternalizzati. Per quanto riguarda gli studenti, riguarda da subito i titolari di borse “150 ore” ma nella premessa si prevede una prossima estensione a tutti.

Tutte queste persone rischiano di non poter più esprimere alcuna affermazione critica, commenti o dubbi che possano mettere in cattiva luce l’ateneo. Non solo in pubblico, ma perfino in privato. Non ci credete? Allora leggete cosa prevede l’art. 10 “Comportamenti nei rapporti privati” al comma 2:

“In tutte le proprie attività private, ivi inclusa la partecipazione a siti web e social network, il lavoratore pone particolare cura al fine di non recare danno all’immagine dell’Ateneo.”

Se uno studente lamenta un disservizio o una carenza dell’Università, sarà ancora permesso ad un ricercatore condividerne il post su un social network? Si potrà ancora parlare dei problemi nello smaltimento dell’amianto a Palazzo Nuovo? La libertà di espressione potrebbe diventare causa di provvedimenti disciplinari ai danni del malcapitato! E chi deciderà se la “cura” adottata nel parlare o scrivere per evitare danni all’immagine sia stata o meno sufficiente? Come verrà stabilito se il danno sia stato o meno provocato e in quale misura?

In alcune aziende codici simili hanno portato a sanzioni disciplinari nei confronti di dipendenti “scomodi”. All’Auchan di Torino una delegata sindacale ha subito un provvedimento di sospensione di tre giorni per aver postato su Facebook un manifestino ironico sull’azienda. Ci sono stati problemi anche nella scuola pubblica dove sono già in vigore norme simili, che riguardano presidi e docenti.

Ma la pericolosità del nuovo Codice non si ferma qui.

L’art. 5 infatti introduce l’obbligo di “comunicare la propria adesione o appartenenza ad associazioni e organizzazioni i cui ambiti di interesse possano interferire con l’attività dell’ufficio”. Le conseguenze di questa clausola generalissima sono difficilmente prevedibili: di certo contrasta con lo Statuto dei Lavoratori, che vieta indagini sulle opinioni anche nei luoghi di lavoro (e a maggior ragione nelle attività private).

Il Codice predisposto dal nostro ateneo su alcuni punti è addirittura peggiorativo rispetto alla normativa nazionale, ed è tanto più odioso perché regola gli appartenenti alla comunità universitaria, sede primaria del dibattito e del confronto dialettico che deve essere libera da qualsiasi tipo di censura.

Anche il linguaggio tradisce uno spirito d’altri tempi: nei Principi generali si legge: “Il lavoratore  osserva la Costituzione, servendo  la Nazione  con disciplina  ed  onore”. Non sarebbe più adeguato scrivere che: “Il lavoratore osserva la Costituzione, al servizio del Paese e nell’interesse della collettività”?

L’adozione di un codice di comportamento è un obbligo che l’Autorità Nazionale Anticorruzione affida alle Pubbliche amministrazioni per regolare i comportamenti dei dipendenti pubblici per la lotta alla corruzione. In questa formulazione però il codice sconfina molto, punendo comportamenti del pubblico dipendente che poco hanno a che fare con trasgressioni riguardanti la corruzione: entra nella sfera privata con ampi margini di arbitrio che si traducono in una restrizione della libertà di associazione e della libertà di espressione.

Invitiamo quindi tutti ad opporsi firmando la petizione che chiede la sospensione della procedura di approvazione del regolamento e l’istituzione di un tavolo di lavoro con gli organi di ateneo interessati che includa i portavoce dei firmatari della petizione.

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One thought on “No al codice bavaglio: a rischio la libertà di espressione e associazione

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