In undici lasciano la CGIL

Pubblichiamo la lettera con cui 11 persone di UniTo, tra RSU e semplici iscritti, comunicano la loro decisione di lasciare la CGIL.

Dopo tanti anni di impegno abbiamo deciso di lasciare la Cgil. Un grande sindacato a cui alcuni tra noi sono iscritti dalla fine degli anni ’70. Anche se spesso su posizioni critiche, abbiamo condiviso iniziative e battaglie, costruito rapporti e relazioni anche con le altre categorie (in particolar modo con la Fiom e con la sinistra sindacale) sempre nell’ottica di rafforzare un movimento di lotta generale. In molti ci hanno chiesto le ragioni di questa scelta. Cercheremo brevemente di spiegarci.

Innanzitutto, però, è necessaria una premessa per evitare inutili malintesi. La decisione assunta non ha nulla a che vedere con le piccole vicende che negli ultimi anni hanno coinvolto il nostro rapporto con la FLC di Torino. Le nostre riflessioni riguardano aspetti generali del percorso e del declino della Cgil, su cui a lungo abbiamo discusso.
Quello che oggi ci sembra evidente è che un sindacato che non è in grado di cambiare, di saper ascoltare e capire le persone e il mondo circostante, è finito. Finito come soggetto di cambiamento. E che la Cgil abbia purtroppo perso da tempo questa capacità ci pare altrettanto evidente.

Non c’è nessun fatto particolare a cui addebitare questa nostra scelta, anche se è da tempo che molti fatti non ci convincono. Semplicemente ci sembra definitivamente finita un’epoca. L’epoca in cui il sindacato era in grado di difendere – nel quadro economico dato – gli interessi immediati dei lavoratori. Era in grado, pur con tutti i limiti, di rappresentare i lavoratori e questi, in un qualche modo, condizionavano il sindacato.
Per chiarirci meglio. Non è che non serva più il sindacato. Tutt’altro! Casomai un sindacato non rinchiuso nel singolo posto di lavoro e più legato al tessuto sociale. Né che debba essere “puro e duro”. Anzi è necessaria una maggiore contaminazione tra esigenze e culture diverse (tra giovani e meno giovani, lavoratori delle grandi imprese e delle piccole, del Pubblico, con contratti a tempo indeterminato e precari, lavoratori a progetto, a partita iva, cooperative, migranti, studenti…). Lo sappiamo, non esistono alternative immediate. Ma oggi questo sindacato è come se vivesse in un’altra realtà. Non quella che vivono le persone in carne ed ossa, ma quella della “politica”, dei media, degli accordi più o meno sottobanco (come quelli che abbiamo visto durante il governo Monti e oggi con quello Letta-Alfano).

Nel migliore dei casi questo sindacato è come se continuasse a ripetere gesti, modalità, parole in un agire routinario senza mai il coraggio della radicalità dei contenuti e della rottura con le vecchie pratiche. Nel peggiore, invece, vede con fastidio tutto ciò che intralcia la “necessaria azione di governo” e/o i suoi interessi particolari, la salvaguardia di un apparato burocratico. Nel mezzo, la trasformazione reale in sindacato dei servizi, senza alcuna capacità di contrapporre una politica e un agire alternativo al peggioramento delle condizioni materiali e di vita, alla polarizzazione della ricchezza che sta gettando nella miseria milioni di persone, senza diritti e senza futuro. Un sindacato che sta trasferendo le larghe intese dal campo politico a quello sindacale, con tutte le conseguenze che è facile immaginare. Rinchiuso in una ristretta logica nazionale.

Per non parlare poi del rapporto con le nuove generazioni. Sia nel mondo del lavoro strutturato che nel grande arcipelago del precariato e degli studenti. Due mondi incomunicanti! E quando parliamo di linguaggio, intendiamo prima di tutto contenuti, proposte, modalità organizzative e relazionali. Sogni e speranze.

Ecco, lasciamo la Cgil ma continueremo a fare sindacato impegnandoci sul posto di lavoro senza settarismi e senza pregiudizi (di sicuro non prenderemo la pessima attitudine di molti ex: non vediamo nei “compagni di viaggio” di prima i nostri nuovi “nemici” e, come sempre, non risponderemo alle inutili polemiche). Al contempo cercheremo di rafforzare quelle relazioni con delegati e lavoratori di altre realtà, con gli studenti, i ricercatori, con tutte quelle forze che nel territorio si impegnano e si battono.

Non sarà facile, lo sappiamo. Peggio ci sembra però far finta che nulla stia succedendo e continuare in una “normalità” che deprime le forze, collettive e personali, che allontana dall’impegno. Che fa appassire le potenzialità e che fa perdere la passione e il coraggio.

Settembre 2013

 Alessandra Algostino, Massimo Cappelli, Cinzia Carlevaris, Stefano Demichelis, Silvia Landorno, Elena Marangoni, Antonio Nazzaro, Ferruccio Pizzolato, Maria Stella Siori, Stefano Vannicelli, Corrado Villa

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