Merito e diritto allo studio: i rettori coraggiosi non abitano in Italia.

In Spagna non è che l’università ultimamente se la passi molto bene. Il ministro dell’educazione Wert ( del Partito Popolare), fra le varie misure che sta prendendo per smantellare il sistema universitario e la ricerca pubblica (qui una riflessione a questo proposito) ha anche cercato di ridurre gli stanziamenti per le borse di studio, alzando la media di voti richiesta (da 5,5 a 6,5/10) per ottenerla. Una misura molto simile nella forma a quella adottata in molte regioni italiane, fra cui per esempio il Piemonte (dove la giunta Cota voleva alzare la media richiesta a livelli di 28-29/30), anche se apparentemente più blanda (6,5/10 corrisponde a 19,5/30, ma teniamo presente che in Spagna la sufficienza è 5/10, cioè 15/30).

Bene: a differenza dell’Italia, gli studenti e i ricercatori non sono rimasti soli. L’opposizione socialista ha dato battaglia in Parlamento, il Consejo Escolar del Estado (l’organismo spagnolo equivalente al CUN) si è espresso contro
e pure le comunità autonome all’unanimità, comprese quelle governate dal PP, si sono dette contrarie e hanno chiesto persino di abbassare la media dal 5,5 al 5.
La presa di posizione più dura è arrivata anche (per il lettore italiano: sorpresa!) dai rettori delle università. La CRUE, l’equivalente della nostra CRUI, si è espressa giudicando il provvedimento incostituzionale e chiedendo di eliminare ogni requisito accademico (il voto) nell’attribuzione delle borse di studio.Tutto ciò suggerisce qualche riflessione comparativa sulla pavidità dichiarata della CRUI e dei nostri Atenei. Lo sapevamo già da tempo, ma ci siamo abituati al punto tale che molti pensano che sia normale che CRUI e Atenei non prendano quasi mai posizione in attesa di risolvere le situazioni con canali diplomatici e soft (si è visto spesso con quali risultati). La settimana scorsa, il Senato Accademico di UniTo ha preso una tiepidissima posizione contro la decisione della Regione Piemonte, quasi fuori tempo massimo e solo dopo che gli studenti disperati l’avevano occupato. E la presa di posizione è consistita nel chiedere ufficialmente un chiarimento alla Regione e di avviare l’ennesimo tavolo di trattativa, tutto con toni morbidi e preoccupati di non offendere.

Ora, forse sarebbe il caso di spiegare alla classe dirigente della nostra università che la paura di puntare i piedi e alzare la voce nei confronti del Ministero è immotivata. Che in altri paesi lo fanno, quando è il caso di dire no a un Ministro lo fanno con decisione e poca diplomazia e, guarda un po’, ottengono pure risultati. E si potrebbe pure chiedere loro se la linea della moderazione e della diplomazia che ha caratterizzato sempre la loro azione politica abbia portato davvero tanti frutti. Sarebbe bello chiedere a questi docenti chiamati ad avere funzioni di governo se, ogni volta che hanno sdegnosamente respinto le nostre richieste come Coordinamento UniTo di prendere una posizione pubblica e forte, non abbiano invece perso un’occasione di fare qualcosa di utile e concreto. E sarebbe bello anche chiedere loro se, veramente, pensano che i loro colleghi rettori spagnoli siano degli incoscienti, che non hanno paura di “risposte mirate, piccate e indignate da parte ministeriale”. Oppure, che siano una banda di rivoluzionari falliti, e che la loro protesta sia un “mugugno sterile ed infecondo“.

Attendiamo risposta: chissà se tra chi governa gli atenei italiani non finiscano i 100 giorni da pecora e arrivi (magari non troppo tardi) quello da leone?
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