L’esternalizzazione, ovvero: come precarizzare i lavoratori per finanziare i privati, rimettendoci dei soldi.

Aggiornamento di ottobre 2015: i nodi dell’esternalizzazione nell’università continuano a venire al pettine..  a questo link trovate le vicissitudini dei 150 portieri di UniTo, esternalizzati presso la cooperativa Rear.

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Esternalizzare: sinonimo di terziarizzare. Trasferire funzioni e servizi interni all’azienda a un fornitore esterno (Vocabolario della lingua italiana / Zingarelli N.; 2007)

La crisi e i movimenti sociali dei precari hanno portato in luce una realtà ben presente, ma spesso (volutamente) ignorata, della pubblica amministrazione italiana: il lavoro esternalizzato.

Questa strana tipologia di lavoratori apparve sul finire degli anni settanta: sull’onda della spinta dei movimenti sociali di quegli anni e dei mutamenti culturali, crebbe nella cittadinanza la richiesta di servizi di differenti tipologie (istruzione, sanità, servizi sociali e culturali) che la pubblica amministrazione, con le sole proprie forze lavoro, non riuscì più a soddisfare.

Quale escamotage venne introdotta la pratica dell’appalto per la fornitura di servizi. Quando si usa la parola appalto la maggior parte pensa alla costruzione di strade o ponti ma questa tipologia di appalto è ben altra cosa. Tecnicamente un ente pubblico di qualsiasi tipo, dai comuni ai ministeri fino ai parchi nazionali e i musei, incluse ovviamente le università, può esternalizzare in toto o parzialmente uno dei servizi che fornisce, anche per dovere istituzionale, al cittadino o alla propria utenza destinataria, se non ha la forza lavoro necessaria o le capacità tecniche per fornirlo autonomamente.

A differenza del dipendete pubblico “classico” il dipendente esternalizzato presentava e presenta diversi vantaggi. Innanzitutto è più ricattabile: se (per le mille e più svariate ragioni) non mi piace quel lavoratore, lo sostituisco con un altro/a. Poi è prevista la sostituzione in caso di ferie, permessi e malattia quindi l’unità di personale è sempre presente; inoltre, non gestire direttamente il personale significa una riduzione di energie e risorse impegnate ed infine (certamente l’elemento centrale) la spesa per il personale esternalizzato non grava nei bilanci degli enti alla voce “spese per il personale”.

Proviamo a sciogliere questi tre elementi e comprenderemo meglio come mai negli anni (soprattutto nell’ultimo quinquennio di tagli) i dipendenti esternalizzati siano aumentati a fronte della quasi totale scomparsa  dei concorsi pubblici.

La presenza è sempre stata l’arma vincente impugnata dai detrattori del lavoro pubblico: chi non ricorda Brunetta quando dipingeva il dipendente pubblico come sempre in mutua, assenteista, svogliato, disinteressato al servizio che fornisce e all’utenza che vi accede e “va ancora bene se va solo a fare la spesa al mercato durante l’orario di lavoro”? Ora ovviamente non siamo qui per smentire questa menzogna trasformata in banalità, ma per spiegare che il dipendente esternalizzato questi “inconvenienti” non li presenta grazie alle sostituzioni. Per un amministratore è una manna dal cielo: non mancherà mai l’omino che apre il museo o la biblioteca, l’infermiera in corsia e la bigliettaia!

La gestione del personale viene fatta da aziende terze sulla base degli indirizzi dirigenziali delle stazioni appaltanti (decisi ovviamente senza discutere con nessuno), e diviene quindi più elastica e flessibile: se il dipendente esternalizzato non “funziona” o, peggio ancora, non è simpatico ai dirigenti può essere rispedito al mittente senza grandi problemi. L’appalto del servizio reference delle biblioteche di UniTo prevede una valutazione mensile del lavoro svolto e questo pagellino può essere utilizzato per allontanare gli indesiderati. Eventuali carenze o esuberi del personale possono essere trattate direttamente con l’azienda appaltante, aumentando o diminuendo il personale “alla bisogna”.

Oltre a questi “vantaggi” il dipendente esternalizzato ha ancora una virtù ben importante per qualsiasi dirigente pubblico: la voce di spesa per gli appalti non appare come voce “spesa per il personale”, anche se a tutti gli effetti così dovrebbe essere. In questo modo gli enti pubblici possono continuare a lavorare anche in presenza di una rigida spending review che blocca le assunzioni e limita le spese per il personale, e possono sopperire al blocco del turn over. Insomma: l’Università di Torino ha visto ridursi fortemente il numero di punti organico, ma gli appalti le consentono di aggirare questo problema.

In Università degli Studi la voce di spesa degli appalti è suddivisa tra i bilanci delle varie divisioni: per quanto riguarda i bibliotecari appare nella voce SBA (Sistema Bibliotecario d’Ateneo). Perciò grazie a questo espediente UniTo si assicura da vent’anni una forza lavoro di 70 unità a tempo pieno senza aver avuto bisogno di utilizzare preziosi punti organico, indire concorsi e gravare sul fondo di finanziamento ordinario.

Le esternalizzazioni si innestano quindi a pennello sugli indirizzi strategici della PA degli ultimi venti anni: blocco quasi totale delle assunzioni, tranne quelle ad alto profilo da utilizzare per gestire quel personale precario specializzato e sottopagato che svolge poi effettivamente il vero lavoro. Anche qui la storia recente di UniTo  ne è un esempio: nel 2012 sono stati utilizzati i punti organico e spesi soldi per creare 4 nuovi dirigenti, mentre nel settore bibliotecario non vi è stata nessuna nuova assunzione a fronte di un pensionamento di 7 unità.

È un meccanismo perverso sempre in azione. L’ultima notizia: nel 2013 la responsabilità dell’apertura delle aule in UniTo passerà dal personale interno al personale della cooperativa Rear che svolge funzioni di portierato. Stiamo parlando proprio della cooperativa che ha fatto scoppiare lo scandalo per il trattamento del proprio personale, prima dell’ultimo Torino Film Festival ed ha portato al ritiro della partecipazione del regista inglese Ken Loach. E’ l’ennesimo incarico sottratto ai dipendenti strutturati, tanto per sottolineare una volta di più che se ne può fare a meno.

L’esternalizzazione pare proprio l’uovo di Colombo: ma allora dove sta l’inghippo? Sta nel fatto che non si parla mai di costi, sociali ed economici.

L’esternalizzazione ha creato precarietà: lavoratori formati ed istruiti, spesso anche laureati, hanno passato e passeranno la loro vita con un contratto a termine permanente. Se non fili dritto verrai rispedito a casa, se non accetti di guadagnare oggi 1000 e domani magari 500 euro non comincerai neanche a lavorare. L’esternalizzato è costretto a rinunciare a tutti i suoi diritti, stritolato dalla complice morsa dei suoi due padroni (PA e privato sociale); se non rinuncia, si arriva presto a situazione estreme come a Piacenza il 2 novembre 2012, quando le forze dell’ordine caricarono un gruppo di facchini esternalizzati dell’Ikea che protestavano per i licenziamenti, i bassi salari e le discriminazioni sindacali.

Anche i dipendenti strutturati hanno ben poco da gioire, perché continuando su questa strada saranno ritenuti sempre meno utili, e sostituibili con tutti i vantaggi di cui si diceva, Ricordiamoci che grazie alla manovra del 2011 che segnò la fine del governo Berlusconi, se un’amministrazione pubblica è a corto di denaro per pagare gli stipendi può e deve mettere in mobilità i suoi dipendenti.  Inoltre, siamo sicuri che gli stessi studenti e/o docenti godranno di servizi migliori e più efficienti supersfruttando il lavoro precario?

Ma ciò che è più sconcertante è che alla fine il conto economico non è affatto conveniente come viene dipinto! Facciamo l’esempio dei bibliotecari: un’ora di lavoro al III livello del commercio (con questo contratto sono inquadrati i bibliotecari delle cooperative in UniTo) costa alla PA, secondo le tabelle di riferimento, poco più di 19,50 € l’ora… ma la paga oraria lorda effettiva dei bibliocooperativisti è di appena 9,80 €! La paga oraria lorda di un bibliotecario strutturato dipendente dall’ateneo è praticamente la stessa, ma il costo orario per l’università (cioè costo lordo dipendente più le tasse) è più basso: tra i 16,00 € e i 17,00 € (incluso il salario accessorio).

Quindi, non solo non c’è risparmio per le casse pubbliche ma c’è addirittura un costo aggiuntivo: un’ora di lavoro di un esternalizzato costa all’ateneo circa il 20% in più di quella di un dipendente. In sostanza, l’esternalizzazione si traduce in un finanziamento diretto dal pubblico al privato. Sorge spontanea la domanda: che giro di affari economico-politico si alimenta con le esternalizzazioni?

L’esternalizzato, precario e privato di diritti, diventa così l’attore principale di un sistema economico-politico di sfruttamento volto a costruire una parte del consenso su cui si è retto il nostro paese negli ultimi trent’anni: ma questo lo spiegheremo nel nostro prossimo post.

Andrea Guazzotto – delegato RSA Coopculture

Stefano Vannicelli – delegato RSU Università degli Studi Torino

Alessandro Ferretti – Coordinamento UniTo

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