La patata bollente dell’AVA scaricata sui dipartimenti?

Siamo arrivati al fatidico momento in cui dobbiamo capire come applicare il limite sulle ore di didattica assistita erogabile a livello di ateneo, come richiesto dal decreto AVA pena il mancato accreditamento dell’Ateneo stesso.

Ed eccovi in anteprima il metodo elaborato dagli uffici amministrativi, che verrà proposto nella prossima seduta del Senato Accademico: applicare la famigerata formula DID (quella che limita il numero di ore erogabili a (120 x Numero prof. a t.p. + 90 x Numero prof a t.d. + 60 x Numero ricercatori) x (1 +0.30)) non a livello di ateneo, bensì a livello di ciascun dipartimento. Si affida quindi ai dipartimenti capofila dei corsi di studio (CdS) l’onere di ristrutturare i CdS, coordinando i vari altri dipartimenti coinvolti nel CdS: il tutto per di più  riducendo il numero di ore teoricamente erogabili di circa 20,000 (ovvero un terzo di quanto si può aggiungere con contratti) per creare una “riserva di ore” di ateneo. Grazie a un emendamento della commissione didattica, tale “riserva di ore” verrà poi distribuita (ma non si sa come e neanche da chi) in un secondo momento per operare compensazioni fra dipartimenti.

Questa idea non solo non è coerente con lo stesso documento AVA che impone i criteri a livello di ateneo, ma causa una quantità di problemi e di lavoro del tutto inutile, che non trova nessuna giustificazione sensata. Innanzitutto, giova ricordare il DID teorico di dipartimento verrebbe calcolato sugli attuali organici dei dipartimenti, costituiti nel passato in base a criteri che non avevano niente a che vedere con le esigenze didattiche.

Primo prevedibile effetto del metodo proposto: l’imposizione di ridurre del 10% circa, per tutti i dipartimenti indistintamente, il monte ore che è possibile erogare farà sì che moltissimi dipartimenti non riusciranno a stare dentro il limite loro imposto senza mettere mano all’offerta formativa. Ricordiamo che, secondo stime preliminari, il numero di ore di didattica assistita attualmente erogata da UniTo è di circa 250.000 ore, mentre la formula DID così ridotta dà come risultato 220,000 ore.

Quindi, l’imposizione di questo limite artificiosamente basso farà sì che praticamente tutti i dipartimenti saranno costretti a ripensare e riorganizzare in brevissimo tempo la loro didattica, abolire indirizzi, ripensare curricula e così via: salvo poi magari gettare tutto questo lavoro nel cestino e  ritornare alla vecchia offerta didattica grazie all’elargizione di ore dalla “riserva centrale”.

Non solo: il problema di suddividere il monte ore AVA tra i dipartimenti rimarrebbe anche se si abolisse la riserva. Infatti la situazione è diversa da dipartimento a dipartimento: alcuni rientreranno nei limiti mentre altri sforeranno. I dipartimenti in difficoltà cercheranno ovviamente di preservare prioritariamente gli insegnamenti relativi ai corsi di studio dipartimentali o di cui sono capofila, e quindi a recuperare ore tagliando i corsi “di servizio” tenuti presso corsi di studio di cui sono capofila altri dipartimenti. A puro titolo di esempio: il dipartimento di Matematica per mantenere i suoi corsi di studio potrebbe tagliare i molti corsi di servizio di matematica presso i corsi di studio degli altri dipartimenti. Questi altri dipartimenti saranno quindi indotti a coprire i buchi tagliando a loro volta i corsi di servizio presso ulteriori altri dipartimenti e ricollocando i propri docenti sui corsi rimasti scoperti: in questo modo si creerebbe un effetto domino che coinvolgerebbe nella ristrutturazione a catena tutti quanti, senza alcuna possibilità di controllare queste modifiche in modo centralizzato e sistemico. Ciascun dipartimento si troverebbe obbligato ad entrare in trattative con un certo numero di altri dipartimenti per provare a tenere in piedi i suoi corsi di studio: trattative peraltro tutte interdipendenti tra loro perché le risorse docenti sono limitate e quindi mantenere un certo docente in un corso di servizio implica privare un altro corso dei numeri necessari per rimanere aperto. Uno scenario da incubo, totalmente incontrollabile, da cui uscirebbe un’offerta didattica frutto di calcoli matematici e mercanteggiamenti e che non avrebbe alcun collegamento con le reali esigenze della società e del territorio e neanche con le stesse politiche di indirizzo AVA.

Inoltre, questa idea di operare a livello dipartimentale induce i dipartimenti dotati di un monte ore teorico superiore a quello effettivamente utilizzato a tesaurizzare queste ore per affrontare le eventualità future, invece di metterle a disposizione per venire incontro ai dipartimenti più in difficoltà. Infatti, anche in questo caso vale la pena ricordare che gran parte del lavoro sarebbe per di più inutile, in quanto facendo i conti a livello di ateneo alcuni corsi di studio potrebbero venire “salvati” dalle ore in esubero di altri dipartimenti senza dover intraprendere questo assurdo percorso peraltro privo di alcuna garanzia di riuscita.

Appare quindi evidente come l’unico modo sensato di procedere sia quello di lavorare non a livello di dipartimenti, ma a livello di ateneo:

  1. innanzitutto raccogliendo e rendendo pubbliche le informazioni sul numero di ore di didattica assistita attualmente erogate (dato che non  è ancora disponibile!)
  2. aprendo su questa base un processo di discussione pubblico, aperto e democratico nel quale elaborare in modo condiviso le linee guida della didattica di UniTo, e quindi applicarle in modo coordinato e sensato

Se, come temiamo, il rispetto dei limiti AVA (che non hanno assolutamente niente a che vedere con la qualità della didattica) comporterà in ogni caso un netto ridimensionamento quantitativo e qualitativo dell’offerta formativa dell’ateneo, riteniamo che l’unica strada da percorrere sia quella che ormai da mesi chiediamo a gran voce: rispedire al mittente il DM 47 e chiedere l’immediata apertura di un dialogo con il ministero sul futuro dell’Università Pubblica in Italia.

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