La cabina di regia: il governo fuori verbale di UniTo

In qualunque istituzione, fare politica significa riconoscere alcuni fondamenti che uniscono, ma è anche dialettica, differenza e compromesso. Per queste ragioni, nei mesi passati, consapevoli dell’importanza della transizione che il nostro Ateneo sta vivendo, abbiamo partecipato con energia e passione ai lavori delle Commissioni istruttorie del Senato, al dibattito che sta accompagnando le candidature al Rettorato, alla costruzione di una politica accademica capace di coinvolgere tutti – docenti, studenti, precari e tecnici-amministrativi –nelle discussioni e nelle decisioni.  Questo approccio ci pare stia dando buoni frutti, in termini di trasparenza e di condivisione delle decisioni. Eppure una parte dell’Ateneo sembra proprio che non voglia accettare il cambiamento, e ciò che è accaduto qualche giorno fa ne è la dimostrazione più evidente, oltre a rappresentare una preoccupante deriva.

Esiste a UniTo una sorta di “cabina di regia” – così viene chiamata informalmente – che comprende il Rettore Pelizzetti, il prorettore Roda, i presidenti delle commissioni del Senato accademico (attualmente Antoniciello, Caterina, Gilardi, Scagliotti), il direttore generale Segreto e altri invitati in assetto variabile. Convocati dal Rettore, senza che un organo del genere abbia una qualsivoglia legittimità statutaria, si scambiano opinioni sull’andamento dell’Ateneo senza che finiscano in un verbale. Grave è il fatto che in quelle riunioni si voglia suggerire cosa le commissioni debbano o non debbano discutere e quali scelte l’Università debba prendere, influendo sull’attività degli organi e delle strutture. Una sorta di governo senza fiducia.

Qualche giorno fa, nella sua ultima riunione, è diventato palese quale obiettivo si proponga oggi questa “cabina di regia”.

Come molti sanno, grazie al lavoro dei rappresentanti dei ricercatori, dei precari e degli Studenti Indipendenti è stato impedito che il regolamento sui compiti didattici di docenti e ricercatori fosse sepolto in un cassetto e si è così ottenuto che venisse discusso dal Senato e dal CdA. I due organi lo hanno approvato, ma il CdA ha aggiunto una riga che, pur non modificando la sostanza, rende necessario un ulteriore passaggio in Senato. La “cabina di regia” vorrebbe sfruttare questo passaggio affinché il Senato discutesse alcune varianti, su un testo già approvato dai due organi competenti, in un gioco elastico il cui risultato è il rimandare, in attesa che venga nominato il nuovo rettore, per poi ridiscutere tutte le scelte.

Ma quali sarebbero le modifiche? Svuotare (peraltro andando contro la legge 240/10) alcuni elementi essenziali del regolamento. Primo fra tutti, si è parlato di abolire la norma che impone che la didattica venga prima affidata a PO e PA fino al raggiungimento del loro obbligo didattico (stabilito per legge), e che solo dopo venga affidata a RU: norma che peraltro limiterebbe i costi aggiuntivi per la didattica. Ancor più paradossale è apparsa a quel punto l’esigenza di recuperare fondi ventilando l’ipotesi di non pagare la didattica ai ricercatori (25 euro all’ora lordi per un totale di 1,8 milioni di euro – costo ente). Il risultato è uno scenario ben noto: professori che non fanno il minimo di ore previste dalla legge e ricercatori che le fanno al posto loro e gratis.

Durante la riunione si poi parlato di un possibile aumento delle tasse universitarie. E il nodo più preoccupante è proprio questo: porre di fronte alla scelta tra l’aumento delle tasse studentesche e il pagamento della didattica ai ricercatori, giustificandola con le ristrettezze di bilancio. Bisogna però avere una certa prudenza quando si affrontano tali argomenti. Nel 2012 il nostro Ateneo ha speso circa un milione di euro per indennità a chi ricopre una carica: 46 mila euro per il rettore, 23 mila per il prorettore, 14 mila per ogni vicerettore (una decina) e 12,5 mila per ogni revisore, 9 mila per il presidente del Nucleo di Valutazione e 7,5 mila per ogni membro del Nucleo; tra 14 e 18 mila per i presidi di facoltà (e immaginiamo oggi anche per i direttori di dipartimento, che nel 2012 ne prendevano comunque più di 3500), 12 mila per i coordinatori di commissioni del cda e 10 mila per ogni consigliere di amministrazione, 10 mila per ogni presidente di Commissione del Senato (a meno che non sia uno studente). Ed è notevole anche l’effetto dovuto al cumulo delle cariche, per esempio di direttori di dipartimento che sono anche senatori e magari presidenti di commissione. Peraltro chi ricopre queste cariche è nella quasi totalità dei casi un ordinario con stipendio decisamente onorevole, e lo dovrebbe fare per spirito di servizio. Inoltre può avere una riduzione del carico didattico. Se ci sono problemi di bilancio si cominci a tagliare le indennità; e chi non usufruirà della riduzione del carico didattico potrà ricevere per le sue ore di lezione un compenso aggiuntivo pari a quello che ricevono i ricercatori.

Sono molti gli aspetti che stridono con una gestione democratica e trasparente dell’Ateneo, a partire dalla legittimità stessa della “cabina di regia” e del suo tentativo di influenzare i lavori del Senato Accademico. Vale la pena rimarcarne due, decisamente significativi. In primo luogo, assistiamo a un’ingerenza crescente di un’Amministrazione che impone scelte “tecniche” di bilancio alle quali le decisioni politiche sembrano dover sottostare. A governare l’Ateneo ci è parso, a volte, non siano tanto Senato e CdA quanto alcuni dirigenti dell’amministrazione centrale, di cui vale la pena ricordare gli stipendi. I dodici dirigenti dell’amministrazione guadagnano insieme circa 1,5 milioni di euro all’anno  (lordi, il costo ente potrebbe raggiungere i 2 milioni). Il direttore generale supera i 200 mila euro annui e gli altri dirigenti superano tutti i centomila euro, dei quali peraltro la parte premiale sembrerebbe costituire una quota non indifferente. Se li meritano sicuramente, ma certo non sono nella posizione di discutere di tagli e sacrifici di altri per far quadrare un bilancio segnato nelle sue difficoltà anche dalle scelte degli anni passati.

In secondo luogo, il CdA da tempo vive in una condizione ancora più ambigua, quella cioè di un consesso delegittimato politicamente, inadeguato a prendere decisioni strategiche e che resta abbarbicato alle sue poltrone solo grazie a un’interpretazione bizantina della legge. Sarebbe ora che i membri del Consiglio di amministrazione dessero le dimissioni e lasciassero il posto ai componenti scelti e votati, con un gesto di responsabilità di cui il nostro Ateneo avrebbe molto bisogno. E che ciò venisse fatto all’inizio di aprile, prima delle elezioni del rettore, e con decorrenza a fine mese quando avremo un Rettore eletto in grado di nominare anche i componenti esterni

E’ dunque essenziale – per ragioni di trasparenza e serietà, ma anche di rispetto per tutti coloro che quotidianamente lavorano in tutti gli organi e organismi dell’Ateneo – che le persone interessate si esprimano pubblicamente in merito a questa situazione, e come loro anche i candidati rettori. E’ chiaro infatti che se si rimanderà l’approvazione dei regolamenti sulla didattica e sulle tasse invece di approvarli nella seduta del Senato dell’11 Marzo (e in quella del CdA immediatamente successiva per quanto riguarda la contribuzione studentesca), avremo un segno inequivocabile che i principi espressi pubblicamente non corrispondono alle pratiche e alla concretezza degli impegni.

Temiamo che questa eventualità non potrà che riflettersi sia in una distanza dai momenti di decisione collettiva che il nostro Ateneo dovrà vivere nei prossimi mesi (con una conseguente limitazione della legittimità politica del governo dell’Ateneo), sia in una ripresa della conflittualità esterna alle commissioni e agli organi dell’università, sia in una possibile – sebbene non auspicabile – lettura restrittiva dei compiti dei ricercatori.

Coordinamento UniTo

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