Che fine faranno le tasse studentesche?

Guardando in streaming l’ultima seduta del Senato accademico mi sono domandato se il quasi assoluto silenzio che ha seguito la lucida spiegazione del presidente della Commissione didattica, Giuliano Antoniciello, sul tema della tasse universitarie, dipendesse dall’ammirazione o dalla imbarazzata scoperta – e non sarebbe la prima volta – che uno studente è più competente degli altri senatori. Certo, viene anche il dubbio che quel silenzio sia stato il riflesso della richiesta che i soldi in più incassati dall’Università non vengano usati per pagare interessi passivi, cioè non siano strumenti incontrollati di una politica edilizia di un Ateneo che da molti anni sembra troppo spesso comportarsi come una società immobiliare.

Ma andiamo per ordine. Più di un anno fa nel gruppo di lavoro sulle tasse istituito dall’Ateneo, e guidato dall’allora presidente della Commissione Didattica, Lorenzo Massobrio, i rappresentanti degli Studenti Indipendenti avevano presentato una riforma della tassazione, di fronte alla quale – si racconta – lo stesso Massobrio avrebbe sostenuto che ciò avrebbe determinato un buco di bilancio e che lui non voleva essere ricordato “come il presidente della Commissione Didattica che ha approvato una perdita di milioni di euro”. Al di là del discutibile connubio tra senso delle istituzioni e prestigio personale, Massobrio aveva semplicemente torto. D’altra parte, il Senato stesso diede un giudizio positivo e i risultati oggi parlano da soli.

Il gettito quest’anno sarà realizzato facendo pagare considerevolmente di meno le fasce più basse e maggiormente quelle più alte. Questo per dire che la progressività delle imposte non è solo un principio costituzionale, ma va applicata nei fatti. Per fare un esempio: chi ha un ISEE di 15.000 euro ne pagherà circa 150 in meno, il che corrisponde a un calo del 30%; chi invece ha un ISEE di 80.000 ne pagherà 158 in più, che corrisponde a un aumento del 7%. In termini assoluti, inoltre, il nuovo sistema di tassazione consentirà a circa due terzi degli studenti iscritti a UniTo di beneficiare di questa diminuzione. E la maggior parte di chi non ne beneficerà è composta da studenti che non hanno presentato la dichiarazione ISEE. Se poi restringiamo il campo a coloro che hanno presentato l’ISEE, pagherà di meno circa il 90% delle persone.

Ma il gettito di quest’anno sarà superiore a quello dell’anno scorso. Il modello di tassazione prevedeva un gettito invariato, con un margine di sicurezza di circa 700,000 euro in più (circa l’1% del gettito totale). Tuttavia, il gettito aumenterà in misura maggiore: questo è l’effetto di un aumento della quota di studenti appartenenti a famiglie più abbienti e a un decremento delle iscrizioni dei figli delle famiglie meno abbienti che – nella crisi economica, colpiti da politiche miopi e che disprezzano l’idea di una società capace di crescere attraverso la conoscenza – non sono in grado di investire sul futuro. La tanto esaltata selezione universitaria (non quella dell’eventuale merito o della qualità, bensì quella della discriminazione socio-economica) sta iniziando a realizzarsi nei fatti. Qualcuno, nel nostro Ateneo, ha per caso qualcosa da dire?

Inoltre i 2 milioni previsti per coprire l’adeguamento all’inflazione secondo la normativa vigente l’anno scorso non sono più vincolati, la spending review rende non più obbligatorio l’adeguamento, quindi si tratta a questo punto di una scelta politica. Gli studenti propongono di utilizzare tutte le risorse aggiuntive per borse di studio. Con il taglio quasi totale da parte della Regione è una richiesta naturale e sarebbe grave che non fosse accettata, e sostenuta dal Senato, dal Rettore, dai candidati al Rettorato. Oppure attendiamo che intervenga un Cda dimezzato che continua, senza più alcuna legittimità politica, a scegliere e a decidere?

Bruno Maida

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