Il lAVAggio del cervello

La lettura del decreto ministeriale 47 del 30 gennaio scorso, che istituisce la procedura di autovalutazione della didattica (AVA), non lascia dubbi: l’impatto sulla didattica di UniTo sarà violento. Secondo una stima preliminare, in nome delle formulette arbitrarie dell’ANVUR dovranno essere soppresse migliaia di ore di didattica, pena la chiusura dell’Ateneo. Non solo: mentre l’organico diminuisce, i requisiti di docenza per mantenere i corsi aperti verranno invece innalzati, portando nel giro di tre anni ad una netta riduzione degli studenti immatricolabili e alla conseguente introduzione generalizzata del numero chiuso.

In questo contesto arriva l’incontro sull’AVA di giovedì 7 febbraio nell’aula magna del Rettorato. La presenza di fior di relatori mi sembrava l’occasione ideale per avere dati certi sull’entità del taglio e le sue conseguenze, oltre che a dibatterne la logica e l’utilità, dato che nei documenti ufficiali di questo curiosamente non si parla mai…

Ma che questo non fosse nelle intenzioni di chi aveva progettato l’incontro l’ho capito praticamente subito. Niente informazioni sulle conseguenze di AVA e tantomeno aprire un dibattito, bensì qualcosa di molto simile ad un briefing di tipo aziendale, di quelli che si vedono nei film americani. Il tutto si può riassumere in tre parole: credere, obbedire, compilare.

La prima presentazione è stata in questo senso esemplare: un perfetto stile Marchionne per trasmettere un solo concetto, quello dell’ineluttabilità assoluta. L’ineluttabilità, come in ogni religione che si rispetti, deriva direttamente dal dogma: e così all’audience di circa 400 tra amministrativi e docenti la relatrice ha inflitto una mortifera raffica di slides sul Bologna Process, puro e intoccabile portatore di ogni bene. I descrittori di Dublino sono i suoi versetti, i valutatori sono i suoi sacerdoti e se non li compiaci “sei fuori!”, come direbbe Briatore.

Per ribadire il concetto, le slides erano ritmate da due mantra: “Ce lo chiede l’Europa” (giuro!) e “Dobbiamo adottare una nuova cultura”. Ovviamente quel “dobbiamo” va letto come “dovete”, perché la relatrice la nuova cultura l’ha già adottata in pieno: infatti afferma con malcelata soddisfazione che in questa nuova luminosa era “i fondi per il finanziamento dobbiamo meritarceli” e definisce con estrema naturalezza gli atenei di Bologna e Padova come “nostri competitor”. Fate attenzione, voi che pensate di collaborare o cooperare con colleghi che vi lavorano: potreste portare preziosi punti valutazione ai nostri avversari…

Alla fine dell’intervento del Bologna Process sappiamo praticamente tutto, ma che cosa questo comporti in pratica per il nostro ateneo continuiamo a ignorarlo: per non parlare del buio che avvolge il legame tra i descrittori di Dublino e il taglio di didattica e studenti.

Il briefing è proseguito con la presentazione del Presidio di Qualità e delle sue sottoarticolazioni. Si capisce subito che per chi ci finisce dentro è una fregatura spaziale: quintali di moduli, valutazioni e procedure calate dall’alto. Il tutto senza alcun finanziamento o personale aggiuntivo: inutile dirlo, e infatti non viene detto.

A questo punto il pubblico è comprensibilmente scoraggiato, ma gli organizzatori lo hanno previsto: arriva il momento di motivare, facendo l’esempio di una passata esperienza di innovazione “buona”. La scelta è caduta sull’esperienza di eCampus, che con AVA c’entra poco o niente ma che ha l’indubbio vantaggio di essere stata una delle poche esperienze con dei lati positivi, e tanto basta. La presentazione è rassicurante: certo, si dimentica di sottolineare che eCampus fu intrapresa con fondi e personale aggiuntivo a contratto e che gran parte dei miglioramenti venne a decadere con il mancato rinnovo di fondi e personale… ma bisogna sempre cercare il pelo nell’uovo??

Alla fine arriva il momento top: la presentazione dell’esperto che illustra le ultime trovate dell’ANVUR, il Rapporto di riesame e la SUA-CdS. Il relatore, sinceramente entusiasta di queste innovazioni, ce la mette tutta. Lo stile non è male: una via di mezzo tra la televendita e il ruolo di Roberto Benigni nel film “La vita è bella”, quando spiega il passo dell’oca al bambino. Toni scherzosi ed affabili, battute assortite ad accompagnare un saltapicchio in un nugolo di slides densissime, con una accurata rimozione di qualsivoglia risvolto negativo.

Per tirarci su ci ha anche raccontato di come l’ANVUR (che opera in “autonomia contabile, anche in deroga alle disposizioni sulla contabilità generale dello Stato”) spende i nostri soldi: pagando dei consulenti grafici per migliorare l’altrimenti triste e grigio aspetto dei moduli, che poi metti che non ti viene voglia di compilarli… e invece voilà!, con un po’ di soldi i moduli diventano “friendly” e sei già più contento. “Li abbiamo fatti fare da persone del Politecnico… perché è il mio ateneo!”, ha scherzato di fronte ad una platea piuttosto stupefatta. Ha magnificato poi la “semplicità” della procedura: “noi valutatori non vogliamo perdere tempo a leggere più di quanto voi vogliate perdere tempo a scrivere” “guardate, vi basta riempire mezza paginetta ed è fatta”, “poi basta aggiornarlo”: un inno al buon senso e alla concretezza. Su conseguenze e tagli, ovviamente, neanche mezza parola.

Ad un certo punto si è lasciato trasportare e ha esagerato, citando addirittura la Bildung (concetto agli antipodi di tutte le implicazioni delle procedure AVA) e mostrando una slide sulla fondamentale necessità di uno “spazio pubblico” in cui discutere e dibattere apertamente le procedure di valutazione e i loro esiti (!) al quale affiancare uno “spazio politico” di decisione collettiva (!!!). “E dove sono questi spazi?” ho pensato. Poi mi sono guardato intorno e mi sono detto: “Chissà, magari lo spazio pubblico è proprio questo qui!”.

Mi sbagliavo. Me l’ha gentilmente fatto capire una relatrice, prima sbuffando e poi interrompendomi dopo pochi minuti del mio intervento. No, lo spazio non era quello. E le domande successivamente poste: “Quando potremo conoscere l’entità dei tagli? Dove potremo discutere insieme cosa fare al riguardo?” sono rimaste senza nessuna risposta. La scadenza per la presentazione dei rapporti di riesame è chiaramente vessatoria: il 28 febbraio, un mese dopo la pubblicazione del decreto, e la mannaia sulle ore di didattica calerà a maggio.

D’altra parte, come ha ricordato la prima relatrice con tono di rimprovero: “Siamo in ritardo di dieci anni”. Poi ha battuto il dorso di una mano sul palmo dell’altra e ha aggiunto “…e ora bisogna accelerare”. Anche se si va dritti dentro al burrone.

Alessandro Ferretti

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