Chi ha paura del Regolamento sulla didattica?

Quando entrai in servizio mi dissero che dovevo tenere il corso di Storia contemporanea. Anzi, a pensarci bene, non me lo dissero ma me lo comunicarono come un dato reale quanto imperscrutabile, la cui verità oggettiva risiedeva nella mente ordinata e ordinaria di chi me lo stava annunciando. “Sian stati i libri o il mio provincialismo…”, come cantava Guccini, sta di fatto che non dissi una parola e andai a fare quello che mi veniva detto. Gratuitamente, ça va sans dire, firmando uno di quei  fogli nei quali era scritto che ero ben contento di farlo, anzi ringraziavo la nobile e generosa figura del mio Preside che me lo consentiva. Lo sappiamo bene: per moltissimi anni i nostri presidi e presidenti di corso di laurea, hanno aggirato – al confine della legalità ma sicuramente al di sotto della soglia della moralità – quel semplice quanto inequivocabile principio secondo il quale il lavoro va retribuito.

C’è voluta la legge Gelmini – il che fa sorridere, lo so – perché tale principio fosse riconosciuto al di là di ogni possibile obiezione. Eppure dal dicembre 2010, quando la legge venne approvata, hanno continuato a provarci ed è merito del nostro Coordinamento se per l’anno passato quasi tutti i corsi sono stati retribuiti. Una miseria, sia chiaro, che dovrebbe forse far riflettere i candidati rettori sul tema del lavoro e della sua giusta retribuzione nel nostro Ateneo (anche considerando che il 50 per certo è composto da giuristi). Sta di fatto, tuttavia, che un passo avanti è stato fatto. Adesso però è necessario fare il secondo, e si tratta di seguire e rispettare la legge. Niente di più semplice, ma forse è meglio ricordare i termini della questione a quel Senato che domani dovrà votare per il nuovo regolamento sulla didattica.

Il regolamento è stato rivisto dalla Commissione Didattica del Senato alla luce del nuovo Statuto e le innovazioni sono le seguenti: 1) gli affidamenti gratuiti sono possibili solo per PO e PA (oltre il loro carico didattico) e solo con il loro consenso; non sono invece possibili per gli RU (perché appunto contrasta con l’art 6 della L 240/10); 2) la didattica frontale viene definita in modo più preciso e con riferimento esplicito ad un incarico e alla compilazione del registro; 3) la didattica integrativa viene definita in modo più preciso e coerente con la nuova definizione di didattica frontale e con il DPR 382/80; 4) nella copertura degli insegnamenti i dipartimenti devono attenersi a priorità che ora includono anche gli RTD, prima non inclusi (e cioè i corsi devono essere prima di tutti coperti da PO e PA, e solo in mancanza di una copertura possono essere messi a bando); 5) è esplicitamente richiesto il consenso scritto degli RU per avere un corso in affidamento.

Dopo un anno di discussione e il voto favorevole della Commissione Didattica non vi è alcuna ragione per rinviare l’approvazione di quel regolamento. A meno che non si voglia, in una fase di costruzione dell’offerta formativa, fornire una qualche arma, illegittima quanto efficace, per convincere una parte dei ricercatori del nostro Ateneo a prestare gratuitamente la propria opera oppure consentire a qualche professore di non attenersi al proprio carico didattico. Le vacche magre, magrissime dell’AVA le denunciamo da due anni, inascoltati e a volte perfino sbeffeggiati. Dovremmo pure pagare noi il conto?

Bruno Maida

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