Baroni dentro

Quando parliamo di “baroni” il riferimento è a quei professori ordinari che, nel nostro sistema anacronisticamente feudale, detengono un determinato potere accademico, e che lo esercitano ritenendo che esso sia l’espressione del migliore dei mondi possibili. Una parte dei “baroni” esprime spesso disappunto e persino indignazione, quando si trova in pubblico, nei confronti di questo sistema, ma poi  ritorna nel suo dipartimento, muta pelle e continua a comportarsi nello stesso modo. Come nelle favole, tuttavia, c’è un modo perché si rivelino, perché perdano la compostezza della loro apparente modernità e mostrino il vero volto del “barone” doc. E’ sufficiente infatti metterli di fronte all’esercizio della democrazia: attenti, non alle parole della democrazia, non alla dichiarazione pubblica o giornalistica sulla democrazia, non alla firma democratica di un appello movimentista e antagonista. No, proprio alla sua pratica. Forse qualcuno ricorderà, il personaggio di Fonzie nel telefilm americano “Happy days”, che non riusciva a dire “mi dispiace”. Il vero “barone” non riesce invece a praticare la democrazia: negli ultimi tempi ci sta provando, bisogna riconoscerlo, ma alla fine desiste sempre. Come dicono gli insegnanti a scuola: “si impegna ma potrebbe fare di più”.

Lo abbiamo visto diverse volte in queste settimane. Lo abbiamo visto nella Commissione Didattica, per esempio, che non riesce a nominare un vice presidente perché, viene il sospetto, nessuno vuole fare il vice di uno studente. Lo abbiamo visto soprattutto nella Commissione Ricerca. Lì un professore ha ritenuto normale dichiarare che il sistema delle fasce nella distribuzione dell’ex 60% è giusto in quanto favorisce i più forti e la loro possibilità di controllare quelli che dipendono da lui. Sempre nella Commissione ricerca, dopo lunga discussione è stato deciso a maggioranza che i PRIN dovessero essere distribuiti in modo egualitario tra i vari settori ERC. A me hanno insegnato che, dopo un voto, la minoranza rispetta la decisione. Nella Commissione Ricerca del nostro Ateneo no. Coloro che non erano d’accordo sono andati in Senato sostenendo le posizioni opposte e affossando la proposta che in Commissione era passata.

Ma ciò che colpisce di più è il significato di questi comportamenti. Le Commissioni sono istruttorie e non sostituiscono la discussione in Senato, sia chiaro. E’ però altrettanto vero che questa forma di delegittimazione politica e di superamento di fatto delle valutazioni delle Commissioni ricorda un commento sentito da molti dopo l’approvazione del regolamento tipo di dipartimento, il quale aveva suscitato nei “baroni” il terrore che i Consigli potessero diventare dei pericolosi soviet: “Beh, le decisioni allora le prenderemo al bar”. Le Commissioni di Ateneo sono state pensate come organi di allargamento della democrazia e della partecipazione. Se diventeranno altro da questo, non potranno che essere interpretate come un inganno, con le conseguenze che ne derivano. E’ curioso peraltro che così tanti e spesso autorevoli esponenti della classe dirigente del nostro Ateneo si dichiarino favorevoli ai principi espressi dai Dieci Punti del Coordinamento Unito, e poi fatichino a praticarli. Anche in quell’Italia in sedicesimo che è la nostra Università la stagione elettorale rischia di essere tutte “chiacchiere e distintivo”. Attendiamo dei fatti.

Bruno Maida

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