L’afferente temporaneo, che paura!

Il nostro Ateneo ha inserito nei suoi regolamenti la figura dell’”afferente temporaneo”. Chiunque abbia voglia di spendere qualche minuto per capire di cosa si tratta [Decreto Rettorale n. 2952/2012 del 5-5-12 – Regolamento per l’elezione del Direttore e delle rappresentanze negli organi di dipartimento, Artt. 4 e 6] si renderà subito conto che parliamo di un quadro aperto e inclusivo, non certo per un’improvvisa “svolta  a sinistra” della nostra classe dirigente ma per il buon senso che ha accompagnato coloro che hanno speso tempo ed energie per stilare quei regolamenti. E’ parso chiaro, infatti, che le figure precarie – che contribuiscono in maniera spesso decisiva all’organizzazione e alla pratica della ricerca e della didattica nell’università italiana e in quella torinese nello specifico – sono sempre più caratterizzate da forme contrattuali deboli quando non inesistenti, da forme e modelli di appartenenza che mutano continuamente, da legami che spesso non sono riconducibili a contratti veri e propri. Non tenerne conto è ipocrita, e altrettanto ipocrita è non considerare che in questi tempi di “vacche magre” chiedere la presenza di un contratto favorisce solo i più forti e garantiti (e forse è proprio questo che si vuole).

Ma perché sono così in tanti a temere l’afferenza temporanea? Alcune delle ragioni sono banalmente legate all’ignoranza. “Più afferenti ci sono, più saranno nei consigli di dipartimento!”, viene detto. Ed è falso, perché la loro percentuale è stabilita in una quota fissa. “Ma costano al dipartimento!”, si aggiunge. Altrettanto falso, dato che sono costretti a pagarsi anche l’assicurazione, non hanno un ufficio né un telefono: forse è il costo della carta per le fotocopie a preoccupare i nostri docenti, sempre così attenti invece alle loro spese nell’Ateneo. Un’altra ragione, però, la più importante, è legata alla paura, che come è noto è la madre o la figlia dell’ignoranza (dipende dal punto di vista), ma non viene esplicitata.

La questione vera è che nei dipartimenti si scontrano due mondi, due culture e in qualche modo due generazioni (non necessariamente anagrafiche): una pensa che gli afferenti temporanei, per il fatto stesso che esistono, che sono rappresentanti e che rappresentano, che hanno dei diritti, sono un pericolo, in quanto meno ricattabili, meno atomizzati, meno ignoranti dei meccanismi di potere che governano le piccole e grandi beghe dipartimentali; un’altra pensa che una comunità scientifica non distribuisce tessere per certificare l’appartenenza ma valuta le persone, gli studiosi, gli insegnanti sulla base di ciò che fanno, della ricchezza di pensiero che apportano a tutti, dell’orgoglio – sì, esattamente dell’orgoglio – che ognuno di noi dovrebbe provare nel momento in cui un giovane studioso si riconosce in un gruppo di persone che ha un progetto culturale comune.

Ma forse è proprio qui il problema: esistono progetti culturali nei nostri dipartimenti? Quell’appartenenza a una comunità scientifica che il nostro nuovo Statuto ha voluto sottolineare fin dall’inizio non è, come sempre, un inganno visivo per spartirsi punti organico, fondi di ricerca, posti da ricercatore, associato e ordinario, aule più o meno grandi e belle (che sembrano un’imbarazzante rappresentazione freudiana di altri problemi)? E che questo sia poi il modo di comportarsi pubblico di molti docenti che tutto il giorno firmano appelli per la democrazia, per una politica trasparente, per i diritti dei precari, ecc. risulta semplicemente vergognoso.

 

Alessandro Barge

Alessandro Ferretti

Bruno Maida

Domenica Marabello

Lia Pacelli

Silvia Pasqua

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